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Della serie: non esiste più la mezza stagione... (ehi, solo per scherzarti, eh! Questo è lungo lungo lungo lungo lungo: mica sei obbligato a sorbirtelo) Becky (Bacio le mani a Jorge Amado, a cui ho scippato la meravigliosa invenzione) -- Il giorno in cui Marcellino morì era un mattino limpido di festa. Le sfilate sfilavano e l'orchestra suonava le marcette, le bandiere sui balconi sventolavano, le ragazze cantavano scodinzolando, gli uomini erano già ubriachi e i bambini liberi di correre come pazzi per le vie inseguendo i cani. Anche l'Elvira era in strada e stava ballando con le amiche, col vestito rosa a pallini che lasciava scoperte le spalle e il collo svettava, e lei lo muoveva al ritmo della musica e muoveva anche i fianchi rotondi e le braccia un po' esili e ondeggiava il corpo in movimenti invitanti. Si fermò con un ginocchio a mezz'aria, bloccando il movimento rotondo, una gamba sollevata. Si fermò e disse ahi, sospirando, e l'amica Annabella le chiese: « Che hai? ». L'Elvira rispose in un soffio: « Marcellino è morto ». Smise la danza e si avviò con l'amica verso casa, in silenzio tutte e due, traversando gruppi di gente che rideva e cantava e ballava: e uomini cercavano di brancarle per i fianchi, e ragazze le invitavano a bere e danzare, e bambini le spintonavano nei loro giochi, e fiori dappertutto e musica e canzoni e bandiere e cani e bicchieri di vino. Ma loro camminavano svelte, in silenzio, perché Elvira era una che le cose se le sentiva, dentro, e se aveva detto che Marcellino era morto doveva essere vero. Arrivarono a casa un po' stordite da tutto quel rumore e da quella gente in festa, e, sempre senza parlare, salirono le sei rampe di scale che portavano al terzo piano, all'appartamento in cui l'Elvira e Marcellino abitavano da quando si erano sposati. Cucina, salottino con il tavolo con su i centrini di pizzo, un bagno con la vasca perché a lei piaceva il bagno con le bolle di schiuma, un corridoio per andare alle due stanzette, una per loro e una per il pupo che verrà, c'era già la culla, e il corredino. Per terra, piastrelle linde linde, l'Elvira è una che quando ci si mette fa brillare la casa. Marcellino era lì, nella stanza del pupo che un giorno verrà, ma ormai non da lui, ahimè. Stava appendendo alla parete dipinta di giallo chiaro il quadretto di un gattino che gioca con un filo di lana azzurra: era scivolato dalla scala che non aveva aperto bene ed era caduto battento la testa sullo spigolo del fasciatoio. Ed ora era lì, steso, per terra, un rivoletto di sangue schiumoso alla bocca, quella bella bocca carnosa e con i denti forti. Non era ancora freddo, come potè constatare l'amica Annabella che lo toccò per verificare che fosse morto per davvero. Morto, era morto, povero Marcellino: ma ancora tiepido tiepido, con quegli occhietti sbarrati come a voler guardare il gattino del quadretto caduto vicino a lui. L'Annabella aveva voluto toccarlo per essere certa che fosse morto sul serio: Marcellino era uno che gli piaceva scherzare, infatti, ed era capace di fare anche uno scherzo del genere, mica si tirava indietro, mica era uno che aveva paura. « Morto sul colpo », disse poco dopo il medico chiamato per scrupolo dall'Annabella. « Coraggio, Elvira », disse anche. Ma l'Elvira già si stava dando coraggio, bevendo un goccetto di grappa seduta al tavolino della cucina, con due lacrimoni sulle gote e gli occhi sgranati nel vuoto. Coraggiosa, era sempre stata coraggiosa, Elvira. Come quando correva a rotta di collo giù per i prati in montagna, giù giù per un chilometro, di corsa, di corsa, a gambe levate e gridando canzoni. Con Marcellino si erano conosciuti così: correndo correndo giù per un prato, l'Elvira aveva una volta trovato un intoppo e l'aveva travolto facendolo ruzzolare per metri in discesa, sul prato di crochi e denti di leone. L'intoppo era Marcellino, che aveva avuto la pessima idea di trovarsi sulla traiettoria dell'Elvira lanciata a folle corsa. Lei lo aveva insultato: « Beota, cretino! », gli aveva detto, « cosa fai sul mio prato? ». E lui a spiegarle che il prato non era mica suo, no, era del contadino che ci aveva le vacche e ce le faceva pascolare sopra d'estate. Ma lei si era impuntata perché aveva un gran caratteraccio, e sosteneva che il prato era suo perché era una fata turchina, non vedeva che era vestita d'azzurro ? E poi ci stava correndo all'impazzata e quindi lo possedeva per diritto di suola, di suola di scarpa. Questa del diritto di suola era in verità una gran sciocchezza, nessun avvocato, neanche il più ardito o il più marcio, avrebbe potuto mai sostenere la difesa dell'Elvira. Però Marcellino, che era un po' tontolone, ci credette, spinto anche dalla floridezza dell'Elvira che a otto anni aveva la bellezza delle bambine paffute e sicure di sé. E di sera, davanti alla minestra, disse ai genitori e alla sorella Marinella, allibiti di fronte all'inguaribile ingenuità del bimbo novenne, che aveva conosciuto una fata turchina che ci aveva le suole delle scarpe che le davano dei diritti. Sia l'Elvira che Marcellino erano in vacanza in montagna nel mese di agosto con i genitori rispettivi. Vicini di baita, si trovavano insieme a prendere il latte appena munto, alla stalla, a fine giornata, oppure su per i sentieri alpini nelle gite in famiglia, o ancora giù in paese a comprare il pane nero prima di risalire alle baite su per la mulattiera. Diventarono amici, così: ma amici amici proprio, legati, uniti, sempre insieme. Le vacanze trascorsero intense fino al giorno del ritorno in città. Ma la loro città era la stessa, oh, fortuna di una fortuna: e i due si ritrovarono anni dopo al liceo, nella stessa classe perché Marcellino di studiare non ne voleva sapere, ed era stato bocciato. L'Elvira trovò un Marcellino cresciuto e meno ingenuo di allora, ma sempre burlone, divertente, e gran chiacchierone, per giunta. E anche gran seduttore, agli occhi di lei. Perché le piaceva tanto, quel Marcellino burlone, che le dava appuntamento nei bagni tra l'ora di matematica e quella di ginnastica, e arrivavano sempre tardi al riscaldamento perché lui le toccava le gambe sotto la gonna, e la baciava a perdifiato appoggiandola contro la porta chiusa del cesso, e le frugava la bocca con la lingua mentre con le due mani l'attirava a sé accarezzandole la schiena da sotto in su, e poi giù, da sopra fino al culo, che strizzava e premeva perché lei ce l'aveva già alquanto generoso e piacevole e ben disposto alla carezza forte. L'amore l'aveva fatto la prima volta con lui, l'Elvira, una volta che i suoi non erano in casa, sul suo letto di ragazzina con gli orsacchiotti e il diario chiuso con un lucchetto. E poi quasi subito si erano fidanzati per davvero, con l'anello di tolla e un brillante di zircone sopra e tutto il resto; ed era stato il suo primo e unico uomo, e poi si erano sposati, e avevano messo su casa, aspettando tempi migliori per fare un bambino. Perché Marcellino non lavorava. Cioè, non è che non lavorasse proprio. Ci provava, aveva sempre un sacco di iniziative, ma non riusciva a concretizzare molto: aveva provato a fare l'idraulico, poi il giornalista sportivo, poi si era messo in proprio in una cosa che non si capiva mica bene cosa fosse, poi aveva provato ad aprire un negozio di toilettage per cani, poi si era messo in testa di fare il fotografo, l'allevatore di topi da laboratorio, l'investigatore privato, il consulente per coppie in crisi. Lei faceva la maestra alle elementari, e portava a casa ogni mese uno stipendio che permetteva loro di vivere degnamente ma semplicemente, e a lei di comprerarsi qualcosa ogni mese. Ogni mese qualcosa: un rossetto, una pentola di ceramica che le piaceva tanto con i fiorellini dipinti sopra, un paio di scarpe col tacco a rocchetto, una borsa a righe colorate, un cagnolino di pezza che faceva sì sì con la testa che ciondolava, un vestito. Proprio il giorno prima che Marcellino morisse, si era comprata un vestito carino davvero. Era in giro con la Pierina e aveva visto un vestitino in vetrina, corto al ginocchio, e se l'era provato. Era davvero bellino, il vestito: con dei disegni alla moda, una cintura che le stringeva la vita e le faceva risaltare i fianchi un po' larghi. La cintura soltanto lo chiudeva, e così lei aveva pensato che sarebbe stato bello che Marcellino gliela slacciasse e se la trovasse davanti tutta nuda; e sarebbe stato bello starsene tutta nuda contro di lui ancora vestito, a fargli sentire il calore del suo corpo e il suo desiderio grande di lui. Perché Elvira desiderava sempre molto Marcellino, che quando la prendeva tra le braccia e le faceva sentire il suo turgore lei aveva le ginocchia che un poco cedevano e si apriva tutta ai baci, e si scopriva sempre aperta anche lì sotto, sempre pronta ai colpi secchi e brevi con cui lui la prendeva profondamente e dicendole all'orecchio ti amo. E adesso che si stava dando coraggio, bevendo un goccetto di grappa seduta al tavolino della cucina, con due lacrimoni sulle gote e gli occhi sgranati nel vuoto, adesso pensava al vestitino che Marcellino non aveva potuto slacciarle, povero, povero Marcellino. E disse al dottore che le diceva di farsi coraggio, gli disse: « E io che non ho potuto nemmeno fargli slacciare il mio vestito nuovo! ». Ma il dottore non capì il dramma reale contenuto in quell'affermazione, e pensò che l'Elvira fosse in stato di shock, e le diede un calmante in dose da cavallo che la fece dormire per otto ore filate e svegliarsi, di sera, nel letto: con il mal di testa martellante, e senza più Marcellino al suo fianco. Mai più! Mai più, che cosa terribile, mai più. Mai più, era quasi incredibile, mai più. Mai più, che dolore tremendo, mai più. Indicibile. Mai più. Mai più i baci che Marcellino le dava nel collo; mai più mangiare insieme la frittata con le zucchine che lei sapeva fare tanto bene; mai più le passeggiate, le ore a parlare, a fare progetti, mai più i risvegli insieme. Ah, quei risvegli insieme! Marcellino di mattina si svegliava che ce l'aveva sempre dritto e duro, e glielo appoggiava tra le natiche all'Elvira che gli dava le spalle. Di mattina aveva sempre voglia, Marcellino, e la svegliava così, massaggiandole i seni da dietro e facendole indurire i capezzoli e venire certi brividoni sulle cosce, che così tenaci e duri venivano solo a lei. E poi le alzava la camicia da notte di cotonella bianca, con il bordo di pizzo semplice semplice. Gli piaceva tanto quella camicia da notte, diceva che faceva tanto moglie, perché era un po' larga e dimessa. L'Elvira aveva provato anche ad usarne altre, di seta, per esempio. Le piaceva la carezza della seta sulla pelle nuda e le piaceva sentire le mani di Marcellino accarezzarla e cercare la consistenza della sua pelle attraverso la seta fresca. Ma Marcellino preferiva la camicia di cotonella bianca, diceva che faceva tanto moglie, tanto rassicurante, poverino. Gli piaceva tirargliela su su fino in cima alla schiena, e appoggiare la pancia contro la schiena di lei, e farle sentire il cazzo duro tra le natiche, prima di infilarglielo dentro da dietro. Lei stava lì, mezza nuda e calda, tutta da toccare, da strizzare, da infilare le dita nei posti che fanno godere. E lui la prendeva da dietro, infilando facilmente il cazzo, restando dentro quasi senza muoversi; ma il calore di lei, quell'umido e le strizzatine che lei gli dava e, infine, il suo movimento lento lento, lo facevano venire con un piacere intenso che lui accoglieva mordendole la spalla bianca e mettendole una mano sulla bocca per non farla gridare. Iniziarono i giorni del dolore feroce. Il funerale, con pochi intimi, le amiche di lei a sostenerla, i genitori ed i suoceri e la cognata Marinella a piangere la sua triste sorte. Vedova, così giovane, e senza il bambino sperato! Per il funerale, Elvira volle assolutamente mettere il famoso vestito, anche se era colorato, inadatto, ma tant'è. Il suo dolore, tanto, lo sentivano tutti: era reale; così come il suo amore per lui, per cui volle soltanto un mazzo di dodici rose rosse comprato da lei, per dirgli ancora una volta, non certo l'ultima, tutto il suo amore. E poi il dolore acuto, straziante, solitario dei giorni seguenti. Perché ogni luogo, ogni cosa le ricordava Marcellino. La tazzina del caffè che aveva usato la mattina in cui era morto, ancora sporca nel lavandino, che lei non aveva avuto il coraggio di lavare. La biancheria stesa ad asciugare con i suoi calzetti color mattone, erano i preferiti di Marcellino, che aveva un'avversione per la versione femminile della parola, « calzetta », che, diceva, gli ricordava tanto le persone poco valorose; quei calzetti, Marcellino li buttava sempre per terra, uno qui, uno lì, in camera, com'era disordinato! Il bar dove Marcellino si fermava a bere il caffè, ogni mattina, e dove lei ogni tanto lo raggiungeva, quando aveva la seconda ora e aveva tempo di fare le cose con calma. I giardinetti dove lui la aspettava all'uscita da scuola, e una volta, ah, una volta si erano baciati tanto tantissimo, fino ad avere le labbra gonfie, ed erano corsi a casa perché a entrambi era venuta una voglia, una voglia. La poltrona su cui lui si sedeva a guardare la tivvù, e lei gli si sedeva sopra quando le prendeva il desiderio di lui. Arrivava così, sculettando leggermente, e gli cingeva le spalle e lo baciava dietro le orecchie mordendolo piano. E poi girava intorno e gli si piazzava davanti, ben piantata sulle cosce forti, e si levava le mutandine di sotto la gonna, e gliele gettava in grembo ridendo come una bambina. E lui che fingeva di resisterle, che fingeva di voler guardare il telegiornale, mentre già ai primi baci gli veniva voglia anche a lui di prendersi la sua Elvira, di prendersela subito e tutta, perché sapeva che era sua, solo sua, e questo pensiero gli dava alla testa. Ma fingeva di no, e lei allora incominciava tutta una danza per sedurlo, perché lui si togliesse di mano il telecomando e le mettesse le mani sui seni, sul ventre, sul culo, ah, quella stretta di mani forti che aveva! E si liberava in fretta dei vestiti, e tutta nuda si sfregava a lui e gli si offriva. E le piaceva da pazzi il contatto della sua carne con i vestiti di lui, sotto i quali sentiva il calore e il sudore del desiderio che cresceva. Finché armeggiando sapiente non trovava la via e, calandogli solo i calzoni e le mutande, non gli saliva a cavalcioni, porgendogli un seno alla bocca golosa, come se gli stesse facendo un regalo; e si muoveva lei sola a cercare il loro piacere, tenendogli la testa abbracciata e baciandogli quei capelli che erano tanto morbidi. Adesso che non c'era più, continuava a parlargli, l'Elvira. Gli diceva le cose, gli chiedeva consiglio, lo sgridava anche, perché era morto e non le rispondeva più, e l'aveva lasciata sola, sola, accidenti!, come fare, senza di lui? Quand'era vivo, non si era nemmeno resa conto di quanto lo amasse, di quanto le fosse indispensabile. Sì, lo amava, lo sapeva: e molto, moltissimo. Ma mai, mai avrebbe pensato di amarlo così tanto, così tanto da sentirsi impazzire dal dolore di averlo perduto. Mai più, mai più. E lei gli parlava e gli parlava, e lui non rispondeva, no, non le rispondeva più, mai più. Allora aveva cominciato a scrivergli. Lettere, gli scriveva. E se le mandava a casa, e se le leggeva, convinta che in questo modo lui l'avrebbe sentita, che attraverso di lei le avrebbe lette anche lui. Lettere lunghe, lettere brevi, in cui gli diceva tutta la sua disperazione di non averlo più vicino « ma che razza di idea cretina hai avuto, Marcellino, ma ti pare il caso di morire? Sei proprio uno stupidone », gli scriveva. « Marcellino amatissimo, tu pensavi forse che avrei potuto vivere senza di te ? No, non è così, amore mio, mi è tanto difficile continuare a vivere, senza di te. Amore mio, mio sposo, mio bene, mio dono, amore mio lontano, amore mio perduto troppo presto. Senza di te fatico ad andare avanti, amore. Senza di te la vita non ha più quel sapore. Amore mio, non riesco più ad andare avanti; forse dovrei lasciarti partire, ma non ci riesco ancora. Oggi ho visto tua sorella Marinella, abbiamo mangiato insieme. Mi ha fatto l'insalata di riso, ma a me quella che fa lei non piace tanto, sai. Perché ci mette il formaggio che ha poco sapore. Ma tant'è, l'ho mangiata lo stesso, non volevo ferirla. E poi io avevo portato una bottiglia di vino rosso e vivace, ti ricordi, me l'avevi fatto conoscere tu, amore mio. E come ti piaceva il vino, Marcellino caro! Ti ricordi, quando avevo portato a casa una bottiglia di Champagne che mi aveva regalato il padre di un alunno ? Che festa, lo Champagne. Non ne avevamo mai bevuto, è proprio vero che è vino buono, con tutte quelle bolle che saltellano su per il bicchiere e scoppiettano sulla lingua. Ti ricordi, amore, come l'abbiamo bevuta ? Era inverno, e ci eravamo messi nudi sotto il piumino. Con un bicchiere solo, un sorso io, uno tu. Un bicchiere pieno, uno in due, un sorso io, uno tu, uno io, uno tu, e intanto ci baciavamo con tutta la bocca, la lingua, profondamente; le labbra che accarezzavano, i denti a stuzzicare e mescolando il sapore del vino e quello del nostro desiderio, un sorso io, uno tu, mentre chi non teneva il bicchiere con le mani cercava la pelle dell'altro, con gli occhi negli occhi e sorrisi di gioia. Un baciarsi lungo lungo del ritrovarci a fine giornata, del non esserci lasciati mai. Un sorso io, uno tu. E poi ho posato il bicchiere, e con le due mani libere ti stringevo a me e ti accarezzavo quei capelli morbidi e belli, da farmi il solletichino alle labbra, quando li baciavo. E ci sfregavo il naso mentre tu già mi brancavi, sarà stato il vino a darti tutto quest'ardore e coraggio, amore mio? Ma tu, senza paura, già mi brancavi e mi facevi sdraiare e in ginocchio sul letto mi guardavi, che ti tendevo le braccia e schiudevo le gambe perché ti volevo subito addosso, subito dentro, dentro, dentro: a casa, vieni subito a casa, ti ho detto, ricordi?, come a un bambino che tarda a rientrare. A casa, a casa: ci sei venuto subito. Ti ho sentito tornare a casa, ti ho sentito addosso a me e come sempre ti ho chiesto di stare li' un momento, di non muoverti subito, e le mie anche fremevano e le tue spingevano a incontrarci più profondamente, ma un attimo, un attimo solo. Un attimo solo prima di iniziare la danza delle carni, il canto dei sospiri, la festa del nostro godere. Amore mio, Marcellino adorato, mi manchi tanto. Vorrei bere adesso un goccetto di Champagne e ricordarti così, che ti piaceva tanto il vino, e sarebbe giusto ricordarti così, amore. Un sorso io, uno tu, ti ricordi, quel pomeriggio d'inverno? Era dicembre, un sorso io uno tu, di vino e di baci, e intanto carezze da farmi perder il senno, mi aprivi le cosce, le ginocchia, le braccia - gìrati sulla pancia!, mi hai detto - un sorso io uno tu, e io ricominciavo a godere rocamente, a godere profondo, le tue mani sui miei fianchi, la bocca dove sai. E ti stringevo la testa con le gambe perché ancora ti volevo baciare la bocca, ma con la bocca!, e tu docile sei risalito su su e ti sei lasciato aprire, carezzare con la lingua appuntita le labbra ed i denti, lascia che entri un poco di più adesso, ti dicevo, lascia che perdiamo il fiato dietro a questo bacio, lasciami salire su di te e schiacciarti col peso del mio amore grande e riaccenderti la voglia di prendermi, un sorso io uno tu uno io uno tu. Adesso che non ci sei più mi sembra di impazzire a momenti, amore mio, Marcellino perduto per sempre. Adesso mi sento tanto sola, anche quando vedo le amiche o tua sorella Marinella mi invita a mangiare l'insalata di riso o quando sono con i miei alunni. La vita non ha più quel sapore. Quel sapore dello Champagne, un sorso io, uno tu. E la tua voglia l'ho riaccesa sfregandoti contro la mia, spingendotela contro, baciandoti la bocca e accarezzandoti con le mani anche lì dove si deve, lì dove il mio desiderio sfrenato mi portava. E alle mani poi ho aggiunto la bocca, e alla bocca la lingua e i denti, ma piano, per carità, ma tu avevi fiducia e non temevi i dentoni e dicevi che il mio sorriso ti incantava, e ti sorridevo, Marcellino, amore. E ti mordevo piano e con garbo, stuzzicando la pelle, la carne, risvegliando piano l'ardire, l'ardore. L'ardore, l'ardire, l'ardire di salirti sopra e di dirti che ancora ti volevo dentro, che ti volevo dentro, dove?, mi chiedevi, dove mi vuoi? Nel culo, ti voglio, nel culo, arrossendo un poco sono riuscita a dirti. Un sorso io, uno tu, uno io, uno tu, amore. E tu mi hai presa così, da sdraiata con te addosso, ancora una volta addosso: e tenendomi ferme le gambe, le braccia, che un po' mi ribellavo, un po' mi faceva male nonostante l'ardore, l'ardire. Ma durava poco la ribellione e mi sentivo presto presa e domata, amore mio, mio uomo, mio sposo, e tornava il piacere di averti dentro, di averti, sentirti e sentirti godere così. Sentirti versare te stesso dentro di me così, coi tuoi morsi nel collo, quel tuo possedermi ed amarmi di carne e di denti, quel mio orgasmo roco e teso e soffocato nel cuscino e nella tua bocca che cercavo girandomi. E ancora, un sorso io, uno tu. Amore, amore, mi manchi tanto, sai. Adesso ti devo salutare, devo far andare la lavatrice, sai, con i capi delicati. E poi devo stirare le camicette e uscire a comprare le uova, perché ho voglia di farmi la torta Margherita. E domani spiego la Grecia ai bambini di quinta, che sono davvero discoli, sai. Mi fanno disperare, sai. Ma non come te, che sei morto e mi manchi tanto, e mi fai disperare anche tu, ancora di più. Ti abbraccio forte forte, sono tua. Intera, tutta: tua, tua, tua. Elvira. » Così gli scriveva, a Marcellino; e si mandava a casa le lettere e le leggeva, convinta, sicura, che lui la sentisse, che lui sentisse il suo amore, il suo dolore quotidiano e senza scampo, la sua voglia di lui, la nostalgia di quei momenti, il bisogno che ancora aveva di lui. Marcellino era morto di lunedì, e l'Elvira ogni domenica sentiva salire un'ansia indicibile, una tristezza profonda e che le sembrava insormontabile. La notte tra la domenica e il lunedì dormiva pochissimo, svegliandosi più e più volte, col pensiero di lui che si faceva sempre più opprimente. Fino al mattino di lunedì, in cui provava di nuovo quell'angoscia sorda dell'impotenza, del non poter fare più nulla per lui. E' un giorno come un altro, le diceva l'amico Vittorio: e meno male che c'era lui, l'amico Vittorio, così tenero e giusto e di parole sensate e sensibili. E' un giorno come un altro, il lunedì, le diceva per farle ritrovare la ragione, tenero e giusto com'era, l'amico Vittorio. Ed era vero, infatti, era proprio un giorno come un altro, il lunedì: ogni giorno, ormai, era un giorno senza di lui. E poi, il lunedì passava: e il dolore tornava in un certo senso più sopportabile, sempre presente ma più facile da mettere a tacere, sempre più facile da viverci insieme e avercelo dentro profondo. E ogni tanto accendeva anche una candelina, perché Marcellino le diceva sempre che lei era la sua luce, il suo calore. E lei accendeva una candelina e stava lì a guardarla, a guardare la luce e sentire il calore. Ma lei, dentro, non si sentiva più luce, né calore. Si sentiva solo una donna sola, abbandonata, disperata, senza fiato, a momenti, perché il dolore le strozzava la gola e le faceva salire su quei lacrimoni pesanti, all'improvviso, al solo pensiero di lui. Un giorno, Elvira era andata con la sua brava candelina al giardino dove Marcellino la aspettava, all'uscita da scuola. Si era seduta sotto un tiglio e aveva acceso la sua lucina, e si era anche fumata una sigaretta, che ogni tanto se ne fumava una, l'Elvira, di nascosto da Marcellino che non gli piaceva l'odore del fumo. Ed era rimasta lì a pensare al suo Marcellino, a parlargli, a sentir salire i lacrimoni negli occhi. Finché aveva sentito un dolore forte nell'incavo del ginocchio, un male lancinante, improvviso. E si era accorta che aveva posato la gamba su una vespa. Che adesso era lì e stava schiattando per terra, ma aveva fatto in tempo a conficcarle il suo dardo nella carne del ginocchio. « Oddio, muoio », si era detta l'Elvira. « Oddio, è Marcellino che è venuto a prendermi; oddio, muoio, e se sono allergica? E se ho lo shock anafilattico? Oddio, Marcellino è venuto a prendermi... amore mio, sei venuto a prendermi? Amore mio, sei venuto a prendermi! Ma io non sono pronta! Oddio, non mi sono nemmeno rifatta il trucco, ho l'arrosto sul fuoco, ho un sacco di cose da fare, i compiti da correggere, le peonie da innaffiare. Oddio! Sono troppo giovane per morire, sono troppo giovane, ho ancora tanto da imparare, tanto da godere ». E lì, quel giorno, Elvira seppellì per davvero Marcellino, insieme al dolore di averlo perduto, nel profondo del cuore. La vita riprese, i mesi passavano. L'Elvira conobbe un uomo, un collega, Paolo, detto Paolone. Paolone perché era alto e forte, insegnava al Liceo ed era bravo e calmo e sicuro di sé. Elvira si innamorò di Paolo. Lui la proteggeva, la aiutava a sormontare le difficoltà, le dava sicurezza, pace, e le ridava, soprattutto, la gioia di vivere. Le portava i dolcetti di prugna, le portava i mazzi di fiori; la portava in canna sulla bicicletta a fare il bagno al fiume e stendeva un asciugamani per lei, perché non si ferisse la pelle con la ghiaia della riva. Andava a prenderla a scuola quando pioveva e lei dimenticava sempre l'ombrello. Le cingeva la spalla col braccio e la portava a bere la cioccolata con la panna montata sopra, e le dava sempre un bacio sul naso, prima di salutarla, sotto il portone di casa sua. E poi, una volta le aveva detto, timidamente: « Mi piaci tanto, Elvira. Mi piacerebbe tanto fare l'amore con te », ed era arrossito fino alla punta delle orecchie. E l'avevano fatto, teneramente abbracciati, sdraiati nel letto di lui, e quasi senza guardarsi. E lui, dopo, le aveva preparato la cena, e lei si era fermata a dormire e avevavo condiviso il bagno al mattino, anche se lui le aveva proposto di lasciarglielo tutto per lei e di aspettare il suo turno. Ma lei, ardita!, aveva detto: no, andiamo a lavarci insieme. Era un vero cavaliere, Paolone. E alto, e forte, e con i capelli biondo scuro e la fronte volitiva, e le braccia forti e le spalle rotonde e la schiena muscolosa. E la proteggeva e la aiutava, e la faceva tornare felice. Finché si sposarono. E andarono a vivere in un appartamento più grande, con una cucina abitabile con il fornello a gas e la cappa moderna; il salotto, con due divani grossi, che dava su un balcone che guardava il fiume; due bagni, tre stanze. Una per loro, una adibita a studio, e una per il pupo che verrà. L'Elvira voleva tanto avere un bambino, anche perché le avevano detto che restare incinta faceva venire le tette grosse, e lei le aveva piccine. Ma soprattutto, voleva un bambino perché amava il suo Paolone e voleva costruire qualcosa di solido con lui. La vita dell'Elvira e di Paolo procedeva placida e regolata. Lui era un tranquillone, un posato; andavano insieme a fare la spesa al mercato di sabato; andavano al cinema il martedì pomeriggio, a passeggiare al parco la domenica mattina e andavano anche alle conferenze culturali: perché Paolo amava la cultura, e la portava sempre con sé, anche se lei a volte non capiva mica tutto e si assopiva seduta sulla sedia della « Sala della Cultura » del Liceo in cui insegnava il marito. Però era felice, soprattutto quando era lui che faceva la conferenza. Perché era uno bravo, e lei ne era fiera: mentre parlava di questo o di quello, lei osservava gli spettatori che lo ascoltavano ammirati, e si diceva che quello era suo marito, che ne era davvero orgogliosa. Poi, tornavano a casa a braccetto, e a casa lui la prendeva col rispetto dovuto a una moglie, lui sopra, lei sotto, con la luce spenta, sotto le coperte. Tre volte alla settimana; la domenica con il bis. La vita di Elvira procedeva felice, tra le lezioni alle elementari, le conferenze culturali, il cine, il mercato, le cene con i colleghi e gli amici, le passeggiate al parco, l'amore pacato con il bis domenicale. Un giorno, mentre era a passeggio con la Marinella, che non avevano mai smesso di vedersi, tanto cara, era!; un giorno successe all'Elvira una cosa alquanto stravagante. Stavano camminando con calma, mangiando un gelato - l'Elvira prendeva sempre il cono fragola e panna - e chiacchierando di scarpe. Da quando si era sposata con Paolo, Elvira aveva più soldi, perché lui guadagnava e lei anche, e così poteva comprarsi più spesso delle cose per farsi piacere, anche se poi non è che fosse una che buttava via la roba vecchia. Anzi, il vestito che aveva addosso era ancora quello del funerale, quello che aveva comprato suel giorno lontano. Stavano chiacchierando e camminando piano, leccando i gelati, quando, di colpo, il vestito dell'Elvira si aprì. Così, all'improvviso. La ciocca si era sciolta e lei era rimasta lì, sulla piazza del paese, mezza nuda, col vestito che le scendeva giù aperto dalle spalle tornite. Una vergogna! Ma anche un ridere, un ridere! La Marinella che si faceva in quattro per coprire alla meno peggio l'Elvira, che rideva a crepapelle. Che poi era anche un giorno di vento, e quasi quasi il vestito le era volato via, così aperto com'era. Quando, tra le risate e l'imbarazzo, Elvira riuscì a venire a capo della situazione, salutò Marinella e si incamminò verso casa. Mentre camminava, ancora un po' agitata per l'accaduto, si chiedeva come mai fosse successa una cosa simile, che lei faceva sempre il doppio nodo alla ciocca, per non trovarsi, per l'appunto appunto, mezza nuda. Mah, forse stavolta non l'aveva fatto, il doppio nodo, si diceva. O forse l'aveva fatto, e allora la prossima volta bisognava farlo triplo, il nodo, per evitare incidenti imbarazzanti. Fortuna che erano vicine a un portone e che avevano potuto nascondersi e risolvere la cosa al riparo da sguardi indiscreti! Che ridere, però. Però meglio non dire niente a Paolone, serio serio com'è, magari ci resterebbe male. Che la sua Elvira aveva rischiato di essere vista mezza nuda da tutti, sulla piazza del paese. Meglio non dirgli niente, no. Ma la prossima volta, triplo nodo. Tornata che fu a casa, trovò il marito che la aspettava affettuoso come sempre e aveva preparato la cena: stufato di manzo con le carote, e da bere, birra scura e corposa. Formaggio, macedonia, e poi a letto. Che era uno di quei tre giorni lì. Ma uno di quelli senza il bis. E tutto andò come doveva andare. Qualche giorno dopo, era sabato, giorno di mercato. L'Elvira si era fatta bella, per uscire col suo Paolone: aveva messo una gonna rossa che le stringeva la vita e svolazzava a ogni passo mostrando un poco le cosce tornite. Si era messa il rossetto e dipinta le ciglia di nero, e camminava a braccetto del marito sui suoi sandali alti allacciati alle caviglie, ancheggiando un pochino - ma solo un pochino, che sennò si giravano tutti. Camminava stringendo il braccio del marito, che sentiva la stretta del seno che sfregava il suo braccio a ogni passo. Col cesto di vimini all'altro braccio, che la coppia riempiva di cose: fragole rosse succose, formaggio molle di capra, una bottiglia di vino sano del contadino, un mazzo di rapanelli piccanti, l'insalata tenera, un vasetto di panna di latte crudo, il pane croccante coi semi di sesamo, il primo melone dell'anno. Felici, riempivano il cesto della spesa e parlavano della settimana passata e della settimana a venire, e delle settimane che sarebbero venute dopo, calme, placide, lente e garbatamente regolate dalla vita in comune. Elvira sorrideva all'intorno, Paolo salutava le madri di alunni e gli amici che incontravano. Si fermarono a comprare un mazzo di girasoli, fiori che stavano così bene in cucina e illuminavano tutto con il loro giallo. Dopo la spesa, andarono a bere un'acqua e menta, che era ancora presto per bere del vino: Paolo non voleva mai che si bevesse prima di mezzogiorno meno un quarto. Elvira ebbe voglia di andare a guardare il fiume, e lo disse al marito; si incamminarono piano verso il parapetto e si misero lì a osservare l'acqua che scorreva, portando via cose. Era un giorno bellissimo di vento, con i nuvoloni bianchi e pesanti che si muovevano lentamente, su in alto. La luce un po' tempestosa annunciava un temporale per il pomeriggio. Mentre guardavano il fiume, Elvira si sentì sfiorare il fianco sinistro. Forse era la stoffa della gonna che si muoveva col vento. Poco dopo, di nuovo: un toccare più deciso. Elvira si girò: nessuno. Decisamente, doveva essere il vento. E ancora una volta sentì un appoggio di mano sul suo fianco, una lieve stretta di dita sulle sue carni. E ancora una volta, di fianco a lei non c'era nessuno. Si rimise a discutere con Paolo, con i gomiti appoggiati al parapetto, il bacino un po' sporto all'indietro, quel culo invitante, il seno un po' ciondoloni. All'improvviso sentì una carezza sul seno sinistro, e questa volta si girò a guardare Paolo, perché dall'altra parte non c'era nessuno. Perché mai la toccava così, il suo Paolo? Facendo finta di niente, continuando a parlare e a guardare il fiume. Ma poi, no, non era lui, non poteva essere lui: il marito teneva le mani incrociate, appoggiate sul parapetto. E allora? Sarà il vento, sì, sarà stato il vento, che vento burlone, quel vento di maggio. Tornarono a casa a mezzogiorno e mentre Paolone preparava il pranzetto, Elvira andò in stanza per cambiarsi e vestirsi da casa. E lì, strana cosa, trovò le calzette di Paolo, di solito così ordinato, buttate per terra, una qui, una lì. Strana cosa, pensò l'Elvira. Paolo era così ordinato. Elvira le piegò e le ripose sulla sedia. Dopo mangiato, quando tornarono in stanza per un meritato riposino abbracciati, le calzette erano di nuovo per terra, una qui, una lì. Elvira si chiese se non stesse per caso diventando un po' matta. Paolo le prese, le piegò, un poco accigliato, e le ripose a sua volta sulla sedia. Passò qualche giorno, venne il giovedì: e l'Elvira tornò a casa presto da scuola. Era passata, prima di rincasare, a comprare il pane e si era fermata a chiacchierare con una collega che era incinta col pancione ed era in maternità, ormai. Il bambino sarebbe nato a giorni, e con una certa invidia l'Elvira osservava quel pancione nel quale si intuivano una gamba col piede, una spalla, un gomito. L'Elvira l'aveva persino toccato, quel pancione, ed era sobbalzata quando il nascituro, come per salutarla, aveva mosso il braccino. « Sei fortunata, si vede che gli piaci! », aveva detto l'amica. « Sai, ormai sta strettino, non si muove quasi più ». L'Elvira era stata onorata da questo, e si era proposta come madrina; l'amica aveva accettato, anche perché sapeva il desiderio di Elvira di avere un bambino tutto suo, e pensava che il ruolo di madrina l'avrebbe almeno un po' riempita. Si erano salutate con due baci sulle guance; poi Elvira con il pane nel sacco era salita a piedi su per le scale che la portavano al suo appartamento, al quarto piano. L'ascensore c'era, in verità; ma Elvira era un po' ingrassata, negli ultimi tempi, con la vita calma e placida che conduceva e un marito buongustaio. E così, ogni volta saliva a piedi i quattro piani, otto rampe, che la portavano a casa. Davanti alla porta, aveva cercato le chiavi per un po' frugando nella borsetta e maledicendo il proprio disordine; poi le aveva finalmente trovate, infilate nella toppa, aveva aperto la porta, aveva salutato Marcellino che svolazzava in salotto e si era diretta verso la cucina per preparare il pranzo. Dopo che ebbe posato il pane sul tavolo, un dubbio l'assalì. E, con il fiato sospeso, si diresse in punta di piedi verso il salotto. Marcellino era lì, sospeso a mezz'aria, tutto nudo. E ce l'aveva dritto. Elvira strabuzzò gli occhi e svenne. Si svegliò, poco dopo, con un sapore di baci in bocca. Marcellino era chino su di lei e la stava salutando nel solito modo, frugandole la bocca con la lingua. « Come stai, amore mio? Cos'è successo? », le chiedeva: come se fosse la cosa più strana del mondo che lei fosse svenuta di fronte al fantasma del marito morto più di tre anni prima. E, soprattutto, senza smettere di baciarla con ardore, né di toccarle audacemente il culo, che gli era sempre piaciuto molto. Elvira si riscosse. « Ma che diavolo ci fai, tu, qui? », chiese. E si rialzò, liberandosi da quel bacio e da quelle braccia. « Mi hai chiamato tu, Elvira. E io sono tornato da te », disse lui. « Ma cosa stai dicendo, Marcellino, tu sei morto! Cosa ci fai qui, dovresti essere in pace sotto terra...». Stava per aggiungere: e anche un po' marcio, ormai; ma si trattenne. E Marcellino aveva davvero l'aria di essere in gran forma, escludendo quel colorito... che poi non era proprio il colorito, era che lui sembrava semplicemente un po' trasparente: non tanto da vederci attraverso, anzi, aveva anche una certa carnalità. Ma la sua consistenza era piuttosto ambigua, difficile da definirsi a parole. « Non hai smesso un momento di pensare a me, Elvira. Mi hai cercato dappertutto, in questi mesi, in questi anni. Mi hai chiamato, non hai smesso un momento. Mi hai scritto lettere, mi hai parlato. E io sono tornato da te: sei sempre mia moglie, in fin dei conti ». Semplice, detto così. Vero, pulito, chiaro. Marcellino sputato, quello era. « Marcellino, ma io mi sono risposata...». « Vuol dire che ti spartirò con il collega, il Paolone », disse lui sorridendo. E la prese tra le braccia. E la strinse a sé, e cercò di riprendere i baci e le parole d'amore. Ma lei lo interruppe. « Non è proprio un mio collega, sai, lui è professore di Liceo », disse l'Elvira gonfiandosi d'orgoglio per quel marito affidabile e gentile. Marcellino scoppiò a ridere, con quella fragorosa e grassa risata che era la sua e che rotolava addosso all'Elvira che la accoglieva come un regalo: « E chi parla di collega tuo, dicevo che è collega mio: colleghi, i tuoi mariti...». L'Elvira si offese e si divincolò dall'abbraccio. « Lasciami, non sono mica una di quelle che hanno due mariti, io, non sono mica una poco di buono, io, lasciami e vattene! ». E corse in cucina quasi piangendo per il disappunto, offesa. Nel mentre, sentì Paolo che armeggiava con le chiavi nella toppa, per entrare. Rimase impietrita. Cosa avrebbe detto il buon Paolo, di fronte al fantasma nudo e col cazzo dritto del primo marito di Elvira? Santo cielo, che pasticcio. Cosa fare, cosa fare? Paolo entrò in casa, andò in salotto dicendo « Sono qui! », poi, non trovandola, si diresse in cucina. La trovò lì, pallida, in piedi. « Che cos'hai, Elvira, tesoro? », disse. « Niente», rispose lei, ritrovando un po' il fiato e pensando di aver sognato. « Sono solo un po' stanca». E si sedette un momento. « Vieni in salotto, starai più comoda », le disse Paolo, sempre premuroso, prendendola per mano. E, sorreggendola quasi, la accompagnò a sedersi sul divano. Marcellino era lì, seduto in poltrona, e sorrideva. E le fece la linguaccia, e le strizzò l'occhio ondeggiando il bacino e mostrandole la sua erezione non placa. Elvira impallidì. Ma Paolo, come se niente fosse, la fece sedere sul divano e si sedette accanto a lei, proprio davanti alla poltrona su cui stava Marcellino. Sembrava non vederlo, né sentirlo. Perché Marcellino, non pago della linguaccia né del gesto osceno, aveva ripreso a parlare. « Ah, allora è quello, il tuo Paolone. Beh, è ben piantato, in effetti. Un po' basso di culo, però. Però mi piace, ed è gentile con te, e tu te lo meriti. Tu meriti tanto, amore mio. Per questo sono tornato, perché è stato davvero uno sgarbo, morire così, lasciarti così. Avrei voluto darti ancora tanto, sai, e non ho potuto, non ho saputo farlo. Ma adesso sono qui, e... ». Elvira sbottò, esasperata: « Basta! ». Paolo, preoccupatissimo, pensando che delirasse, la portò in camera da letto, le diede un calmante, le carezzò la fronte, le guance, e tornò in cucina a prepararle qualcosa di caldo. Un buon brodo di gallina, ecco quel che ci vorrebbe per la mia Elvirina, pensò. Quando tornò in camera col brodo profumato di sedano, lei dormiva di un sonno agitato e sudato. L'indomani Elvira non andò al lavoro. Paolo telefonò per lei a scuola, dicendo che la moglie non si sentiva bene, forse aveva l'influenza. A scuola non fecero storie: Elvira era una maestra seria seria, mai assente, se non per cause motivate e reali. Le raccomandò di rimanere a letto a riposarsi, di mangiare il brodo che era buono e c'era anche una bella coscetta della gallina, dentro, bella tenera e grassa; e le verdure cotte insieme: sedano, carota, cipolla, una patata. Ci aveva messo l'alloro e il chiodo di garofano, anche. Mangia tutto, bevi molta acqua, cerca di dormire un po', le disse salutandola con un bacio a labbra chiuse sulla bocca, adatto a una moglie malata, e una carezza ai capelli sparsi sul cuscino. Lei dormì tutta la mattina. Poi, verso le undici si alzò, e andò in cucina per bere un po' d'acqua. Marcellino la aspettava sorridendo in cucina: tutto nudo, e col cazzo sempre dritto. « Buongiorno, amore mio », le disse. « Dormito bene? », come ogni mattina quand'era vivo. « Io e te dobbiamo parlare », rispose seria seria lei. Gli raccontò del dolore di averlo perduto, gli disse le cose che avrebbe voluto dirgli prima che morisse e che non aveva fatto in tempo a dirgli: quante, quante cose, non aveva fatto in tempo a dirgli, prima! Gli disse quanto lo aveva amato, quanto era stata disperata di perderlo così, d'improvviso. Gli disse che neanche si era resa conto, prima, di quanto lui le fosse indispensabile, gli disse di quanto fosse stato terribile trovarsi, un mattino, quel lunedì mattina, senza di lui. Gli disse che la vita dopo di lui non aveva più avuto sapore, per mesi, per mesi; gli disse che l'aveva pensato ogni giorno, per mesi, per mesi; gli disse che aveva voluto non vivere più, che ci aveva pensato anche lei, di raggiungerlo. Gli disse che per mesi non aveva più avuto luce, non aveva più avuto calore, né gioia di vivere. Gli disse che perderlo un mattino così era stata la cosa più terribile che le fosse successa in tutta la sua vita. Gli disse che anche dopo che lui era morto, per mesi, per mesi, non aveva smesso di desiderarlo e di pensare a lui, a lui solo, come al suo uomo. Gli disse che si era sentita tanto sola e tradita, perché lui era morto, si era sentita abbandonata; gli disse che si era persino un po' arrabbiata con lui, che razza di idea, quella di morire; gli disse che poi si era sentita in colpa di questi pensieri, e aveva cercato una via per sopravvivere a lui, ma non era stato facile, il dolore spesso spuntava di nuovo feroce, improvviso, quando lei pensava che tutto andasse meglio. Ma adesso che lo aveva rivisto, era contenta: gli aveva detto tutto quel che doveva e lui poteva anche andarsene via, in pace. Lei era felice col suo Paolone, gli disse: non le mancava niente, era molto caro, un marito premuroso e affettuoso, e... « Però a chiavare non è capace », la interrupe lui. « Marcellino! », si offese lei. « Ma come ti permetti! ». « Mi permetto perché è vero. Perché sei sempre mia moglie, in fin dei conti. E a chiavare, non è capace, lui. E tu non ne sei soddisfatta ». « Non è vero, non è vero! ». « Sì che è vero. Ti prende a giorni alterni, lui sopra e tu sotto, al buio, la domenica con il bis. Ma che razza di vita è? Ti ricordi cosa facevamo, noi? Di mattina, di pomeriggio, di sera, di notte, in piedi, seduti, sdraiati, tu sopra, tu sotto, tu di fianco, sul lavandino, nella vasca, sotto il portone di casa dei tuoi, per davanti e per didietro, per dentro e per fuori, ci siamo rotolati nel letto, nel prato, nel fiume...». « Marcellino! » « Senti Elvira, anche per tutto il resto, lasciamo pure stare il sesso. E' bravissimo, questo tuo Paolone, è un tesoro, ne convengo. Ti ama davvero e ti protegge, e ti aiuta, e ti è amico. Ma ti mancano il sale e il pepe, con lui, ti manca qualcosa, io lo so ». « Non è vero, non è vero! ». « Sì che è vero, se no non mi avresti cercato, se no non mi avresti chiamato così tanto, così forte. Elvira, ma ti rendi conto del viaggio che ho fatto, per ritrovarti? Ci è voluto un po', sai. Non è stato mica facile, sai. Non è che uno, così, facile facile, dice: toh, adesso ritorno di là. No. Ho dovuto aspettare, ho dovuto maturare, trovare la forza, trovare la via. E tutto questo con l'ansia che tu stessi male, amore mio. Con l'urgenza di ritrovarti prima possibile, di non farti aspettare troppo ». Elvira era allibita. Da quel giorno, dal giorno della puntura di vespa, pensava di aver chiuso con Marcellino, di averlo seppellito, anche lei, per davvero. E invece no, se ne rendeva conto adesso. Non l'aveva mai seppellito, Marcellino: l'aveva sempre cercato, pensato, chiamato, trovato in un colore di capelli o di occhi, o nel camminare di qualcuno, o nel sorriso di un altro, o negli scherzi di un bambino. E adesso ce l'aveva lì, davanti, intero, tutto nudo e col cazzo dritto. Che non ne voleva sapere di mollare l'osso, che non ne voleva sapere di lasciarla vivere in pace. Che riprendeva i baci di denti e di lingua e le carezze e le tentazioni e le parole d'amore. « Sei tanto bella, amore mio. La tua pelle non è pelle, è carne. E hai un buon sapore ». « Di cosa so? », chiese l'Elvira sorridendo curiosa e civetta, inebriata dal bacio del suo amore ritrovato e da quella lingua, ah, quella lingua! Che le carezzava le labbra, che la esplorava, le cavava sospiri come nient'altro. « Sai di latte e di miele, amore mio », rispose Marcellino. « Sei diventata ancora più bella, Elvira, sei bella come un frutto maturo ». « Cosa vuoi dire? ». « Voglio dire, amore mio, che sei ingrassata un pochino, hai messo su due bei fianchi che incoronano quel tuo culo tronfio: sei sontuosa come l'estate piena, come il mese di agosto, e i tuoi capelli hanno l'odore del grano maturo ». « Oh, Marcellino, finiscila ». « Sei bella ancora di più adesso, ti son venute le guance rosse: sembri una melona succosa », disse Marcellino cingendo le braccia intorno ai fianchi di Elvira e facendole sentire la durezza dell'eccitazione da mesi, da anni, non più soddisfatta. « Lasciami Marcellino, lasciami ». L'Elvira si riscosse e si scrollò di dosso le braccia di lui e corse via, a chiudersi in camera. E chiuse le persiane e rimase sdraiata sul letto nel buio del pomeriggio a pensare. Pensava che quella volta delle calzette di Paolo buttate per terra in disordine, doveva essere stato Marcellino a buttarle così, una qui, una lì. Pensava che era stato di sicuro lui a slacciarle il vestito, quel giorno, in piazza. Perché lei l'aveva annodato come sempre per bene, e non c'era nessuna ragione che si slacciasse da solo. Pensava che era stato sicuramente Marcellino a toccarle il fianco e il seno, quel giorno, sul fiume, con quella sua mania di scherzare e con quella mania di toccarla e toccarla, meglio se in pubblico, di farla arrossire, di farla eccitare, di morderle il collo, di infilarle le mani nella scollatura, sotto il cappotto: come aveva fatto a non capirlo, solo Marcellino era capace di fare cose del genere. Elvira pensava di averlo perduto per sempre, pensava che non avrebbe mai più sentito il suo ridere grasso, i suoi sussurri d'amore che le facevano piegare le ginocchia, il tocco delle sue mani forti e generose. Marcellino era tornato, era tornato, finalmente! Ma che finalmente e finalmente, lei era una donna per bene, una donna sposata col suo Paolone: non poteva certo vivere sotto lo stesso tetto col marito e col fantasma del primo marito tutto nudo e impertinente, con quel suo coso drittto e quella mania di toccarla e baciarla senza freni. Insomma, lo doveva affrontare, lo doveva far andare via, a tutti i costi. Farlo andare via? Ma come? Dopo tutto quell'aspettare... ma no, lei lo voleva ancora, aveva ancora voglia di lui, della sua lingua, del suo corpo, della sua presenza, del suo ridere, delle sue ingenuità, dei suoi progetti balzani, del suo desiderio improvviso di lei, delle sue tristezze, delle sue tenerezze. Le tenerezze, la voglia di lui? Ma Elvira era una donna fedele! No, no, mai più, mai più pensieri così. Doveva convincerlo ad andarsene via, via per sempre, per sempre: doveva convincere prima se stessa e poi lui. Di sera, Paolo tornò e si occupò un poco di lei, che se ne stava rintanata in camera. Marcellino, per una ragione sconosciuta, in stanza da letto non ci poteva entrare. Era venuto più volte a bussare, aveva messo dentro la testa, ma non poteva entrarci e si vedeva che la cosa gli dava fastidio. Aveva cercato più volte di attirare Elvira fuori di lì, ma lei non ci era cascata. Gli aveva detto, senza alzarsi dal letto, di lasciarla in pace, che non si sentiva bene, che voleva star sola. E lui, ogni volta, mogio mogio, aveva obbedito ed era tornato di là. Paolo le portò a letto la cena, e stette un pochino con lei. Le tenne la mano, le fece un massaggio alla schiena, l'abbracciò forte forte e le fece sentire la sua presenza calma e placida. A lei venne voglia di fare l'amore, con quel marito caro e tenero: era anche uno di quei giorni lì, ma lui non aveva osato chiedere, visto lo stato di salute di Elvira. Glielo disse lei, gli ricordò a parole e con carezze e sorrisi e sdraiandosi languidamente, che era uno dei giorni del rito matrimoniale. Lui era reticente, temendo che lei si sentisse obbligata nonostante stesse poco bene: ma Elvira non si sentiva obbligata per niente, le era solo venuta voglia di fare l'amore, e si stava scaldando dolcemente, come sempre, al contatto di lui. Si spogliò piano della camicia da notte e si mostrò tutta nuda. Nuda e calda, che un po' di febbre l'aveva, ma più che la febbre era il desiderio a scaldarla. Paolo si svestì, aiutato da lei, ripondendo in bell'ordine i vestiti piegati sulla sedia, e ricambiando con piacere pacato i baci della moglie tanto cara. La accarezzò da sdraiata, seduto sul letto: il viso, il collo, il seno, la pancia, le gambe. Si chinò a baciarla, mentre lei lo carezzava a sua volta, sulle spalle, sul collo, sulla schiena, e poi lì, proprio lì, sentendolo indurirsi, gonfiarsi del desiderio di lei, prepararsi, scaldarsi. Finché si stese per bene sul letto ed aprì le cosce attirandolo a sé. E lui le salì sopra affondando la bocca nei capelli di lei, e le entrò dentro delicatamente, iniziando a muoversi piano. Elvira aveva chiuso gli occhi, perché le piaceva sempre concentrarsi su quell'entrare in lei, sentirsi aprire piano, sentire la carne che si adattava alla carne e l'inizio di quel movimento che le dava un piacere dolce e pieno. Quando riaprì gli occhi, vide Marcellino: aveva aperto un poco la porta e stava guardando. Le fece la linguaccia, e iniziò a parlare: « Ma che razza di scena, e quello sarebbe chiavare? Ma chi sta prendendo in giro, ma te pensa, ma guarda cosa state facendo! Ti ha persino coperta col lenzuolo, ma dove s'è mai visto che uno se la spassi coperto dal lenzuolo? E che posizione sarebbe? Sì, l'amato missionario, euh, sai che roba! Va bene una volta, va bene due. Ma insomma, Elvira, ribellati, girati, fagli vedere quel bel culo tronfio che hai, fatti prendere come si deve, ma che razza di modo è? Hai due fianchi da cavalcare con furia, da addormentarcisi stremato e felice. Su, Elvira, apri almeno un po' di più quelle cosciotte, alza le gambe, fatti prendere profondamente, che così è roba da matti. Che noia, che razza di imbecille quel tuo Paolo! E il culo, glielo dai, ogni tanto? Uh, non sa cosa si perde, quel tuo culo, è un piacere starci dentro. Dai, Elvira, diglielo, digli che lo vuoi montare tu, mettiti sopra, fagli vedere cosa sai fare, fagli vedere come sai prenderti il piacere dovuto, coraggio, digli che glielo vuoi prendere in bocca, fallo, dai, guardandolo negli occhi, come a dire sei mio, ti tengo, sei mio! Coraggio, Elvira, digli... ». « Basta! », gridò Elvira esasperata. Paolo si fermò. Lei piangeva. La abbracciò teneramente e le chiese scusa. Scusa di cosa, poi: era tutta colpa di Marcellino, ma lei non poteva neanche dirglielo, povero Paolo. Lui pensò che la moglie non stesse ancora bene, pensò che si era sforzata di fare l'amore perché era uno di quei giorni, pensò che cara la mia Elvirina, che donna generosa, che brava moglie. Pensò anche che la porta si fosse aperta perché l'aveva chiusa male: la richiuse e si stese accanto ad Elvira cercando di calmare il suo pianto tenendola tra le braccia e stringendola forte, ed accarezzandola dolcemente, cullandola quasi, facendole sentire l'amore e il rispetto che provava per lei. Lei singhiozzava sommessamente per il piacere interrotto, per la pena che provava nei confronti di Paolo, povero Paolo!, ma soprattutto per la rabbia nei confronti di Marcellino, che sapeva leggere perfettamente in lei, ma come faceva?, e aveva detto cose giuste e dolorose. Il sale e il pepe, le mancavano, con Paolo. Dieta scipita, vita regolata, amore calmo. Nei giorni che seguirono, Elvira rimase ancora a casa da scuola. E Marcellino, in ogni momento, la tentava. Sempre nudo, sempre in resta. Ma come faceva? Era il desiderio di lei, le rispondeva; era tanto che aspettava, adesso la voleva, la voleva tutta, nuda, tra le sue braccia, la voleva far godere e voleva goderla, la voleva buttare alta, per davanti e per didietro, voleva vederla sorridere: quel sorriso che mi incanta, diceva, lo voglio vedere, tira fuori quei dentoni, Elvira, fammi vedere la fossetta sulla guancia destra, fammi vedere che mi ami ancora e che sei felice di me, che sei felice che sono tornato, sono tornato, Elvira, il tuo desiderarmi mi ha fatto tornare. Tutto il giorno la inseguiva per casa: in cucina, in bagno, in salotto. Tutto il giorno le diceva parole d'amore; le diceva mio dono, mia luce, miei occhi di giada, mia donna ragazza, sei la mia carne morbida e gustosa, mio collo di grazia, mia figa mai sazia, mia ragazzaccia sfrontata, porta qui quei cosciotti di desiderio! Sei solida come una torre, ah, quel collo forte e flessuoso, ah, quella carne da mordere e da godere. E lei cedeva e cedeva, per il ricordo della felicità passata, per l'amore mai spento: si lasciava toccare, accarezzare, stringere, stropicciare, baciare, mordere, infilare le mani sotto i vestiti. E poi si rifugiava in camera a piangere, perché si sentiva in colpa nei confronti del suo Paolone, che era tanto preoccupato per lei, che la vedeva nervosa, agitata, che non osava neanche più cercarla, in quei giorni: neanche quello col bis. Finché un giorno Elvira si arrabbiò davvero, gridò forte fortissimo: vattene, vattene, Marcellino, vattene via, non posso, non posso! E lui aprì la porta e se ne andò. Tutto nudo, e col cazzo dritto. Quando lo vide uscire, Elvira pensò: finalmente, ritorna la pace. E si mise a far delle cose, a lavare i panni, a stendere, a pulire per terra, a lavare i vetri, stirare, preparare la torta di cioccolato. Ma poi, piano piano, si rese conto di quanto le fosse impossibile, vivere senza di lui. E si disperò, e pianse, e gridò il suo dolore rotolandosi per terra, e picchiando la testa due volte contro il muro di piastrelle del bagno. Le rimase un segno sulla fronte, e come spiegarlo a Paolo, non le interessava niente. Per giorni visse così, disperata, rabbiosa, di aver reagito come una scema, di non aver saputo capire, di non aver saputo essere onesta con se stessa, soprattutto. Provò a inghiottire il dolore di averlo perduto di nuovo, provò a riprendere una vita decente con Paolo, a uscire; riprese il lavoro, le attività diverse, non stava mai senza fare niente, provava a non pensare. Ma non riusciva, non riusciva a non pensare, a dirsi che era stata proprio cretina e imprudente, chissà dov'era finito Marcellino, se ne era andato per sempre e lei restava lì con la voglia di lui, con la sua assenza definitiva, di nuovo. Un pomeriggio, stava preparando la cena per la sera: quella sera avrebbero avuto ospiti, lei e Paolo. Amici comuni, colleghi di lui. Stava preparando il sauté de veau, uno dei piatti preferiti di Marcellino: col timo e le erbe profumate, e pezzi di carne grassa di vitello cotti a fuoco lento nel vino bianco. Il vino, si era dimenticata il vino, accidenti, e non c'era più tempo per andare a comprarlo. Meno male che in cantina avevavo sempre un po' di vino di riserva, bianco o rosso, corposo o leggero, da cucina o da bere. Paolo, si sa, era previdente. Prese le chiavi, la torcia, e scese per le scale giù giù fino alla cantina. Aprì la porta. Nel buio, poco illuminato dalla lucetta della torcia, stava Marcellino: mogio mogio, seduto su una vecchia poltrona. Tutto nudo, e col cazzo dritto. « Sei qui, Marcellino », disse lei, in un soffio, con un nodo di gioia in gola. Certo, come non averci pensato! E dove mai poteva essere, Marcellino, che gli era sempre piaciuto tanto il vino: in cantina, solo e sconsolato, aveva vuotato qualche bottiglia. Lui alzò appena gli occhi, ma lei vide che gli brillavano di felicità e di voglia. E le si accese, dentro, il desiderio feroce di lui: e si spogliò in fretta buttando in giro i vestiti e si strinse tutta nuda a lui che la abbracciava, che la baciava frugandole la bocca con la lingua, e lei rispondeva col fuoco, dentro, rispondeva ai baci, alle carezze, si sfregava con tutto il corpo al corpo di lui, sentendone la durezza della voglia, sentendo aumentare la propria. E si sedette su di lui e lo sentì entrare, come una volta, e sentì la sua carne aprirsi e sentì che lui si faceva strada mordendole il collo e si sentì dire ti amo, ti amo. E gli chiese di stare fermo un momento, ad assaporare quel ritorno di Marcellino, a sentirsi di nuovo piena di lui, piena e felice di lui, che era tornato, era tornato là dove poteva dire: sono a casa. Prima di iniziare il movimento che li univa da sempre, da sempre, per sempre, amore mio, per sempre con me, non lasciarmi mai più, mai più, amore mio. L'indomani era un mattino limpido di sabato: Elvira uscì a braccetto con Paolone. Passando davanti al caffè della piazza, salutarono due conoscenti che bevevano qualcosa seduti al tavolino, e continuarono il cammino per il mercato. « Mai avrei pensato che quel Paolone fosse capace di tanto », disse uno, guardando la coppia che si allontanava. « Cosa dici? », chiese l'altro, guardando nella stessa direzione. « Guarda che bella moglie che ha, guarda come si muove: si vede che è soddisfatta, in cucina e a letto. Sembra una sposa novella, sembra una che abbia un nuovo amore... », rispose il primo. « Ah, per questo, garantisco che l'Elvira è una donna per bene », disse l'amico. « Lo so, lo so, lo sanno tutti. Ma secondo me quel Paolone è un'acqua cheta, uno che se lo vedi ti sembra un po' lento, tranquillo, placido. Ma sotto sotto dev'essere un fuoco. Per avere un pezzo di moglie così... ». « Sono d'accordo, e guarda come si muove, guarda come sculetta! Che fortunato, quel Paolo... », concluse il secondo. Dando il braccio al marito fortunato, sorrideva felice Elvira. Ma che razza di mania, quella di Marcellino, di camminare per strada toccandole i seni, il culo, mettendole le mani dappertutto, svolazzando intorno a lei come se fosse la brezza della mattina e costringendola a quella camminata ondeggiante! Quando sarebbero rincasati, gliel'avrebbe fatta vedere, a Paolone, gliel'avrebbe fatta vedere lei, mai più giorni fissi, mai più il bis una sola volta la settimana. Gli si sarebbe offerta carponi, gli avrebbe sorriso invitandolo, torcendo il collo e mostrandogli quel bel culo tronfio, perché la prendesse come si deve, strappandosi via il lenzuolo di dosso; e perché poi soltanto a letto? In cucina, in sala, nella cameretta del bambino che verrà, appoggiati al fasciatoio, sul tavolo dello studio, sul divano, sul tappeto, piegata sulla vasca da bagno; e poi nel fiume, e in un cespuglio, uno scandalo, una delizia: e gli avrebbe cavato sospiri, e gli avrebbe sussurrato sconcezze e gli avrebbe fatto vedere di cos'era capace, quante cose da fare, quanto da condividere, quanto piacere, quanta gioia. In quel mattino limpido di sabato sorrideva felice l'Elvira, felice della sua vita, felice dei suoi due amori. -- Becky (a chi, indimenticato, riposa) |
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| <beckett75...........> ha scritto nel messaggio news:1194266715.181970.48880.y42g2000hsy.googlegro ups.com... > > Il giorno in cui Marcellino morì era un mattino limpido di festa. L'ho letto tutto, attentamente, e sono diviso in due. Da una parte infatti non posso che lodare l'idea, la storia, la bravura nel disegnare i personaggi che, vivaddio, alla fine sembra di averli conosciuti veramente. Dall'altra però ne ho tratto anche l'impressione che manchi qualcosa. E' una sensazione non ben definita, ma qualcosa manca per poter essere un racconto veramente riuscito. Non sono sicuro di cosa si tratti, ma credo che il racconto manchi di impennate. Mi spiego meglio: il tono è troppo monotono. A mio avviso ci sono dei momenti che avrebbero dovuto e potuto essere sottolineati con maggiore enfasi, con una scrittura di maggiore brio, insomma con uno stacco che avrebbe creato maggiore stupore in chi legge. I colpi di scena sono colpi di scena e qui non mancano, peccato che rimangano affogati in mezzo al solito tra tran, ma che tran tran!: un morto, le lettere, il fantasma, un nuovo marito brav'uomo ma modesto scopatore... Fai un esame di coscienza critica: non pensi anche tu che avresti potuto valorizzare meglio questi eventi? Naturalmente questa mia critica va vista in prospettiva: stiamo parlando di un "vero" racconto e proprio per questo meritevole di alcune righe di commento. Un lavoro in ogni caso di gran lunga superiore alla media dei pensierini che solitamente vengono postati oppure delle radiocronache stile caballero o le ore o coppia moderna (ammesso che queste autorevoli pubblicazioni militari esistano ancora). Infine, la dedica. Che mi ha colpito, perché... In sintesi: brav(in)a. Decidi tu se togliere quello che sta tra parentesi, oppure togliere solo queste ultime. Naturalmente, per la gioia di tutti, IMHO. -- mdp http://maxdelporco.blog.aruba.it |
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Il 10 Nov 2007, 13:03, "Max Del Porco" <maxdelporco...........> ha scritto: > > <beckett75...........> ha scritto nel messaggio > news:1194266715.181970.48880.y42g2000hsy.googlegro ups.com... > > > > Il giorno in cui Marcellino morì era un mattino limpido di festa. > > L'ho letto tutto, attentamente, .....coraggioso! > e sono diviso in due. > > Da una parte infatti non posso che lodare l'idea, la storia, la bravura nel > disegnare i personaggi che, vivaddio, alla fine sembra di averli conosciuti > veramente. > > Dall'altra però ne ho tratto anche l'impressione che manchi qualcosa. E' una > sensazione non ben definita, ma qualcosa manca per poter essere un racconto > veramente riuscito. Non sono sicuro di cosa si tratti, ma credo che il > racconto manchi di impennate. Mi spiego meglio: il tono è troppo monotono. In realtà, lo volevo così. Nel senso che, oltre al ritorno del morto, ho cercato di scippare ad Amado il suo modo di raccontare le cose. Amado aveva un ritmo particolare del narrare: senza impennate, appunto; senza alcuna enfasi. Questo gli permetteva di raccontare le cose più turpi o le cose più sublimi, i personaggi più cattivi e crudeli come i più buoni del mondo, i santi e le troie, i capitani e i giocatori, tutto quanto, senza stupirsi o stupire: come se fosse la cosa più naturale del mondo, come se tutto, tutto, fosse normale. Solo che lui era Amado, e io son la Becky: così, capisco che l'operazione possa essere poco riuscita. Ma questo era un po' l'intento del narrare. > Fai > un esame di coscienza critica: non pensi anche tu che avresti potuto > valorizzare meglio questi eventi? Sì, certo, faccio l'esame di coscienza critica e in effetti mi rendo conto che avrei potuto agire diversamente: ma ho voluto provare quel che ti ho detto sopra. Il problema grosso, sicuramente, è anche la lunghezza del racconto. Fosse stato più breve, chissà. Fai l'esame di coscienza critica: fosse stato più breve, non pensi che l'avresti trovato meno monotono, anche con quel ritmo e quel tipo di narrare? Forse qui un micro sarebbe stato il benvenuto! Solo che sono una chiacchierona, e questo è il tipo di storia che uno ha voglia di raccontare... [taglio] > Infine, la dedica. Che mi ha colpito, perché... Perché?... > > In sintesi: brav(in)a. Decidi tu se togliere quello che sta tra parentesi, > oppure togliere solo queste ultime. LOL, questionario a risposta multipla! Vedi tu: sei tu che commenti, mica io... > > Naturalmente, per la gioia di tutti, IMHO. A testone!! Grazie davvero, però, del commento e della pazienza! Becky -------------------------------- Inviato via http://arianna.........../usenet/ |
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| "Beckett" <beckett75.free.fr> ha scritto nel messaggio news:89Z2Z156Z2Y1194847236X10293.usenet............ .. > Fai l'esame di coscienza critica: > fosse stato più breve, non pensi che l'avresti trovato meno monotono, > anche > con quel ritmo e quel tipo di narrare? Be', non ci crederai, ma sono capace di leggere anche cose molto più lunghe (senza annoiarmi). Anche di scriverle, ad essere sinceri ;-) -- mdp http://maxdelporco.blog.aruba.it |
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