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Vecchio 11-05-2007, 12:45 PM
beckett75@gmail.com
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Predefinito Repost per Max del Porco: (anti-micro) Il giorno in cui

Della serie: non esiste più la mezza stagione...

(ehi, solo per scherzarti, eh! Questo è lungo lungo lungo lungo lungo:
mica sei obbligato a sorbirtelo)
Becky


(Bacio le mani a Jorge Amado, a cui ho scippato la meravigliosa
invenzione)
--

Il giorno in cui Marcellino morì era un mattino limpido di festa.

Le sfilate sfilavano e l'orchestra suonava le marcette, le bandiere
sui balconi sventolavano, le ragazze cantavano scodinzolando, gli
uomini erano già ubriachi e i bambini liberi di correre come pazzi per
le vie inseguendo i cani.
Anche l'Elvira era in strada e stava ballando con le amiche, col
vestito rosa a pallini che lasciava scoperte le spalle e il collo
svettava, e lei lo muoveva al ritmo della musica e muoveva anche i
fianchi rotondi e le braccia un po' esili e ondeggiava il corpo in
movimenti invitanti. Si fermò con un ginocchio a mezz'aria, bloccando
il movimento rotondo, una gamba sollevata. Si fermò e disse ahi,
sospirando, e l'amica Annabella le chiese: « Che hai? ». L'Elvira
rispose in un soffio: « Marcellino è morto ». Smise la danza e si
avviò con l'amica verso casa, in silenzio tutte e due, traversando
gruppi di gente che rideva e cantava e ballava: e uomini cercavano di
brancarle per i fianchi, e ragazze le invitavano a bere e danzare, e
bambini le spintonavano nei loro giochi, e fiori dappertutto e musica
e canzoni e bandiere e cani e bicchieri di vino. Ma loro camminavano
svelte, in silenzio, perché Elvira era una che le cose se le sentiva,
dentro, e se aveva detto che Marcellino era morto doveva essere vero.

Arrivarono a casa un po' stordite da tutto quel rumore e da quella
gente in festa, e, sempre senza parlare, salirono le sei rampe di
scale che portavano al terzo piano, all'appartamento in cui l'Elvira e
Marcellino abitavano da quando si erano sposati. Cucina, salottino con
il tavolo con su i centrini di pizzo, un bagno con la vasca perché a
lei piaceva il bagno con le bolle di schiuma, un corridoio per andare
alle due stanzette, una per loro e una per il pupo che verrà, c'era
già la culla, e il corredino. Per terra, piastrelle linde linde,
l'Elvira è una che quando ci si mette fa brillare la casa.

Marcellino era lì, nella stanza del pupo che un giorno verrà, ma ormai
non da lui, ahimè. Stava appendendo alla parete dipinta di giallo
chiaro il quadretto di un gattino che gioca con un filo di lana
azzurra: era scivolato dalla scala che non aveva aperto bene ed era
caduto battento la testa sullo spigolo del fasciatoio. Ed ora era lì,
steso, per terra, un rivoletto di sangue schiumoso alla bocca, quella
bella bocca carnosa e con i denti forti. Non era ancora freddo, come
potè constatare l'amica Annabella che lo toccò per verificare che
fosse morto per davvero. Morto, era morto, povero Marcellino: ma
ancora tiepido tiepido, con quegli occhietti sbarrati come a voler
guardare il gattino del quadretto caduto vicino a lui. L'Annabella
aveva voluto toccarlo per essere certa che fosse morto sul serio:
Marcellino era uno che gli piaceva scherzare, infatti, ed era capace
di fare anche uno scherzo del genere, mica si tirava indietro, mica
era uno che aveva paura.

« Morto sul colpo », disse poco dopo il medico chiamato per scrupolo
dall'Annabella. « Coraggio, Elvira », disse anche. Ma l'Elvira già si
stava dando coraggio, bevendo un goccetto di grappa seduta al tavolino
della cucina, con due lacrimoni sulle gote e gli occhi sgranati nel
vuoto. Coraggiosa, era sempre stata coraggiosa, Elvira. Come quando
correva a rotta di collo giù per i prati in montagna, giù giù per un
chilometro, di corsa, di corsa, a gambe levate e gridando canzoni.

Con Marcellino si erano conosciuti così: correndo correndo giù per un
prato, l'Elvira aveva una volta trovato un intoppo e l'aveva travolto
facendolo ruzzolare per metri in discesa, sul prato di crochi e denti
di leone. L'intoppo era Marcellino, che aveva avuto la pessima idea di
trovarsi sulla traiettoria dell'Elvira lanciata a folle corsa. Lei lo
aveva insultato: « Beota, cretino! », gli aveva detto, « cosa fai sul
mio prato? ». E lui a spiegarle che il prato non era mica suo, no, era
del contadino che ci aveva le vacche e ce le faceva pascolare sopra
d'estate. Ma lei si era impuntata perché aveva un gran caratteraccio,
e sosteneva che il prato era suo perché era una fata turchina, non
vedeva che era vestita d'azzurro ? E poi ci stava correndo
all'impazzata e quindi lo possedeva per diritto di suola, di suola di
scarpa. Questa del diritto di suola era in verità una gran
sciocchezza, nessun avvocato, neanche il più ardito o il più marcio,
avrebbe potuto mai sostenere la difesa dell'Elvira. Però Marcellino,
che era un po' tontolone, ci credette, spinto anche dalla floridezza
dell'Elvira che a otto anni aveva la bellezza delle bambine paffute e
sicure di sé. E di sera, davanti alla minestra, disse ai genitori e
alla sorella Marinella, allibiti di fronte all'inguaribile ingenuità
del bimbo novenne, che aveva conosciuto una fata turchina che ci aveva
le suole delle scarpe che le davano dei diritti.

Sia l'Elvira che Marcellino erano in vacanza in montagna nel mese di
agosto con i genitori rispettivi. Vicini di baita, si trovavano
insieme a prendere il latte appena munto, alla stalla, a fine
giornata, oppure su per i sentieri alpini nelle gite in famiglia, o
ancora giù in paese a comprare il pane nero prima di risalire alle
baite su per la mulattiera. Diventarono amici, così: ma amici amici
proprio, legati, uniti, sempre insieme. Le vacanze trascorsero intense
fino al giorno del ritorno in città. Ma la loro città era la stessa,
oh, fortuna di una fortuna: e i due si ritrovarono anni dopo al liceo,
nella stessa classe perché Marcellino di studiare non ne voleva
sapere, ed era stato bocciato. L'Elvira trovò un Marcellino cresciuto
e meno ingenuo di allora, ma sempre burlone, divertente, e gran
chiacchierone, per giunta.

E anche gran seduttore, agli occhi di lei. Perché le piaceva tanto,
quel Marcellino burlone, che le dava appuntamento nei bagni tra l'ora
di matematica e quella di ginnastica, e arrivavano sempre tardi al
riscaldamento perché lui le toccava le gambe sotto la gonna, e la
baciava a perdifiato appoggiandola contro la porta chiusa del cesso, e
le frugava la bocca con la lingua mentre con le due mani l'attirava a
sé accarezzandole la schiena da sotto in su, e poi giù, da sopra fino
al culo, che strizzava e premeva perché lei ce l'aveva già alquanto
generoso e piacevole e ben disposto alla carezza forte.

L'amore l'aveva fatto la prima volta con lui, l'Elvira, una volta che
i suoi non erano in casa, sul suo letto di ragazzina con gli
orsacchiotti e il diario chiuso con un lucchetto. E poi quasi subito
si erano fidanzati per davvero, con l'anello di tolla e un brillante
di zircone sopra e tutto il resto; ed era stato il suo primo e unico
uomo, e poi si erano sposati, e avevano messo su casa, aspettando
tempi migliori per fare un bambino. Perché Marcellino non lavorava.
Cioè, non è che non lavorasse proprio. Ci provava, aveva sempre un
sacco di iniziative, ma non riusciva a concretizzare molto: aveva
provato a fare l'idraulico, poi il giornalista sportivo, poi si era
messo in proprio in una cosa che non si capiva mica bene cosa fosse,
poi aveva provato ad aprire un negozio di toilettage per cani, poi si
era messo in testa di fare il fotografo, l'allevatore di topi da
laboratorio, l'investigatore privato, il consulente per coppie in
crisi.

Lei faceva la maestra alle elementari, e portava a casa ogni mese uno
stipendio che permetteva loro di vivere degnamente ma semplicemente, e
a lei di comprerarsi qualcosa ogni mese. Ogni mese qualcosa: un
rossetto, una pentola di ceramica che le piaceva tanto con i
fiorellini dipinti sopra, un paio di scarpe col tacco a rocchetto, una
borsa a righe colorate, un cagnolino di pezza che faceva sì sì con la
testa che ciondolava, un vestito. Proprio il giorno prima che
Marcellino morisse, si era comprata un vestito carino davvero. Era in
giro con la Pierina e aveva visto un vestitino in vetrina, corto al
ginocchio, e se l'era provato. Era davvero bellino, il vestito: con
dei disegni alla moda, una cintura che le stringeva la vita e le
faceva risaltare i fianchi un po' larghi. La cintura soltanto lo
chiudeva, e così lei aveva pensato che sarebbe stato bello che
Marcellino gliela slacciasse e se la trovasse davanti tutta nuda; e
sarebbe stato bello starsene tutta nuda contro di lui ancora vestito,
a fargli sentire il calore del suo corpo e il suo desiderio grande di
lui. Perché Elvira desiderava sempre molto Marcellino, che quando la
prendeva tra le braccia e le faceva sentire il suo turgore lei aveva
le ginocchia che un poco cedevano e si apriva tutta ai baci, e si
scopriva sempre aperta anche lì sotto, sempre pronta ai colpi secchi e
brevi con cui lui la prendeva profondamente e dicendole all'orecchio
ti amo.

E adesso che si stava dando coraggio, bevendo un goccetto di grappa
seduta al tavolino della cucina, con due lacrimoni sulle gote e gli
occhi sgranati nel vuoto, adesso pensava al vestitino che Marcellino
non aveva potuto slacciarle, povero, povero Marcellino. E disse al
dottore che le diceva di farsi coraggio, gli disse: « E io che non ho
potuto nemmeno fargli slacciare il mio vestito nuovo! ». Ma il dottore
non capì il dramma reale contenuto in quell'affermazione, e pensò che
l'Elvira fosse in stato di shock, e le diede un calmante in dose da
cavallo che la fece dormire per otto ore filate e svegliarsi, di sera,
nel letto: con il mal di testa martellante, e senza più Marcellino al
suo fianco.

Mai più! Mai più, che cosa terribile, mai più. Mai più, era quasi
incredibile, mai più. Mai più, che dolore tremendo, mai più.
Indicibile. Mai più.

Mai più i baci che Marcellino le dava nel collo; mai più mangiare
insieme la frittata con le zucchine che lei sapeva fare tanto bene;
mai più le passeggiate, le ore a parlare, a fare progetti, mai più i
risvegli insieme. Ah, quei risvegli insieme! Marcellino di mattina si
svegliava che ce l'aveva sempre dritto e duro, e glielo appoggiava tra
le natiche all'Elvira che gli dava le spalle. Di mattina aveva sempre
voglia, Marcellino, e la svegliava così, massaggiandole i seni da
dietro e facendole indurire i capezzoli e venire certi brividoni sulle
cosce, che così tenaci e duri venivano solo a lei. E poi le alzava la
camicia da notte di cotonella bianca, con il bordo di pizzo semplice
semplice. Gli piaceva tanto quella camicia da notte, diceva che faceva
tanto moglie, perché era un po' larga e dimessa. L'Elvira aveva
provato anche ad usarne altre, di seta, per esempio. Le piaceva la
carezza della seta sulla pelle nuda e le piaceva sentire le mani di
Marcellino accarezzarla e cercare la consistenza della sua pelle
attraverso la seta fresca. Ma Marcellino preferiva la camicia di
cotonella bianca, diceva che faceva tanto moglie, tanto rassicurante,
poverino. Gli piaceva tirargliela su su fino in cima alla schiena, e
appoggiare la pancia contro la schiena di lei, e farle sentire il
cazzo duro tra le natiche, prima di infilarglielo dentro da dietro.
Lei stava lì, mezza nuda e calda, tutta da toccare, da strizzare, da
infilare le dita nei posti che fanno godere. E lui la prendeva da
dietro, infilando facilmente il cazzo, restando dentro quasi senza
muoversi; ma il calore di lei, quell'umido e le strizzatine che lei
gli dava e, infine, il suo movimento lento lento, lo facevano venire
con un piacere intenso che lui accoglieva mordendole la spalla bianca
e mettendole una mano sulla bocca per non farla gridare.

Iniziarono i giorni del dolore feroce.

Il funerale, con pochi intimi, le amiche di lei a sostenerla, i
genitori ed i suoceri e la cognata Marinella a piangere la sua triste
sorte. Vedova, così giovane, e senza il bambino sperato! Per il
funerale, Elvira volle assolutamente mettere il famoso vestito, anche
se era colorato, inadatto, ma tant'è. Il suo dolore, tanto, lo
sentivano tutti: era reale; così come il suo amore per lui, per cui
volle soltanto un mazzo di dodici rose rosse comprato da lei, per
dirgli ancora una volta, non certo l'ultima, tutto il suo amore.

E poi il dolore acuto, straziante, solitario dei giorni seguenti.
Perché ogni luogo, ogni cosa le ricordava Marcellino. La tazzina del
caffè che aveva usato la mattina in cui era morto, ancora sporca nel
lavandino, che lei non aveva avuto il coraggio di lavare. La
biancheria stesa ad asciugare con i suoi calzetti color mattone, erano
i preferiti di Marcellino, che aveva un'avversione per la versione
femminile della parola, « calzetta », che, diceva, gli ricordava tanto
le persone poco valorose; quei calzetti, Marcellino li buttava sempre
per terra, uno qui, uno lì, in camera, com'era disordinato! Il bar
dove Marcellino si fermava a bere il caffè, ogni mattina, e dove lei
ogni tanto lo raggiungeva, quando aveva la seconda ora e aveva tempo
di fare le cose con calma. I giardinetti dove lui la aspettava
all'uscita da scuola, e una volta, ah, una volta si erano baciati
tanto tantissimo, fino ad avere le labbra gonfie, ed erano corsi a
casa perché a entrambi era venuta una voglia, una voglia. La poltrona
su cui lui si sedeva a guardare la tivvù, e lei gli si sedeva sopra
quando le prendeva il desiderio di lui. Arrivava così, sculettando
leggermente, e gli cingeva le spalle e lo baciava dietro le orecchie
mordendolo piano. E poi girava intorno e gli si piazzava davanti, ben
piantata sulle cosce forti, e si levava le mutandine di sotto la
gonna, e gliele gettava in grembo ridendo come una bambina. E lui che
fingeva di resisterle, che fingeva di voler guardare il telegiornale,
mentre già ai primi baci gli veniva voglia anche a lui di prendersi la
sua Elvira, di prendersela subito e tutta, perché sapeva che era sua,
solo sua, e questo pensiero gli dava alla testa. Ma fingeva di no, e
lei allora incominciava tutta una danza per sedurlo, perché lui si
togliesse di mano il telecomando e le mettesse le mani sui seni, sul
ventre, sul culo, ah, quella stretta di mani forti che aveva! E si
liberava in fretta dei vestiti, e tutta nuda si sfregava a lui e gli
si offriva. E le piaceva da pazzi il contatto della sua carne con i
vestiti di lui, sotto i quali sentiva il calore e il sudore del
desiderio che cresceva. Finché armeggiando sapiente non trovava la via
e, calandogli solo i calzoni e le mutande, non gli saliva a
cavalcioni, porgendogli un seno alla bocca golosa, come se gli stesse
facendo un regalo; e si muoveva lei sola a cercare il loro piacere,
tenendogli la testa abbracciata e baciandogli quei capelli che erano
tanto morbidi.

Adesso che non c'era più, continuava a parlargli, l'Elvira. Gli diceva
le cose, gli chiedeva consiglio, lo sgridava anche, perché era morto e
non le rispondeva più, e l'aveva lasciata sola, sola, accidenti!, come
fare, senza di lui? Quand'era vivo, non si era nemmeno resa conto di
quanto lo amasse, di quanto le fosse indispensabile. Sì, lo amava, lo
sapeva: e molto, moltissimo. Ma mai, mai avrebbe pensato di amarlo
così tanto, così tanto da sentirsi impazzire dal dolore di averlo
perduto. Mai più, mai più. E lei gli parlava e gli parlava, e lui non
rispondeva, no, non le rispondeva più, mai più.

Allora aveva cominciato a scrivergli.

Lettere, gli scriveva. E se le mandava a casa, e se le leggeva,
convinta che in questo modo lui l'avrebbe sentita, che attraverso di
lei le avrebbe lette anche lui. Lettere lunghe, lettere brevi, in cui
gli diceva tutta la sua disperazione di non averlo più vicino « ma che
razza di idea cretina hai avuto, Marcellino, ma ti pare il caso di
morire? Sei proprio uno stupidone », gli scriveva.

« Marcellino amatissimo, tu pensavi forse che avrei potuto vivere
senza di te ? No, non è così, amore mio, mi è tanto difficile
continuare a vivere, senza di te. Amore mio, mio sposo, mio bene, mio
dono, amore mio lontano, amore mio perduto troppo presto. Senza di te
fatico ad andare avanti, amore. Senza di te la vita non ha più quel
sapore. Amore mio, non riesco più ad andare avanti; forse dovrei
lasciarti partire, ma non ci riesco ancora. Oggi ho visto tua sorella
Marinella, abbiamo mangiato insieme. Mi ha fatto l'insalata di riso,
ma a me quella che fa lei non piace tanto, sai. Perché ci mette il
formaggio che ha poco sapore. Ma tant'è, l'ho mangiata lo stesso, non
volevo ferirla. E poi io avevo portato una bottiglia di vino rosso e
vivace, ti ricordi, me l'avevi fatto conoscere tu, amore mio. E come
ti piaceva il vino, Marcellino caro! Ti ricordi, quando avevo portato
a casa una bottiglia di Champagne che mi aveva regalato il padre di un
alunno ? Che festa, lo Champagne. Non ne avevamo mai bevuto, è proprio
vero che è vino buono, con tutte quelle bolle che saltellano su per il
bicchiere e scoppiettano sulla lingua. Ti ricordi, amore, come
l'abbiamo bevuta ? Era inverno, e ci eravamo messi nudi sotto il
piumino. Con un bicchiere solo, un sorso io, uno tu. Un bicchiere
pieno, uno in due, un sorso io, uno tu, uno io, uno tu, e intanto ci
baciavamo con tutta la bocca, la lingua, profondamente; le labbra che
accarezzavano, i denti a stuzzicare e mescolando il sapore del vino e
quello del nostro desiderio, un sorso io, uno tu, mentre chi non
teneva il bicchiere con le mani cercava la pelle dell'altro, con gli
occhi negli occhi e sorrisi di gioia. Un baciarsi lungo lungo del
ritrovarci a fine giornata, del non esserci lasciati mai. Un sorso io,
uno tu. E poi ho posato il bicchiere, e con le due mani libere ti
stringevo a me e ti accarezzavo quei capelli morbidi e belli, da farmi
il solletichino alle labbra, quando li baciavo. E ci sfregavo il naso
mentre tu già mi brancavi, sarà stato il vino a darti tutto
quest'ardore e coraggio, amore mio? Ma tu, senza paura, già mi
brancavi e mi facevi sdraiare e in ginocchio sul letto mi guardavi,
che ti tendevo le braccia e schiudevo le gambe perché ti volevo subito
addosso, subito dentro, dentro, dentro: a casa, vieni subito a casa,
ti ho detto, ricordi?, come a un bambino che tarda a rientrare. A
casa, a casa: ci sei venuto subito. Ti ho sentito tornare a casa, ti
ho sentito addosso a me e come sempre ti ho chiesto di stare li' un
momento, di non muoverti subito, e le mie anche fremevano e le tue
spingevano a incontrarci più profondamente, ma un attimo, un attimo
solo. Un attimo solo prima di iniziare la danza delle carni, il canto
dei sospiri, la festa del nostro godere. Amore mio, Marcellino
adorato, mi manchi tanto. Vorrei bere adesso un goccetto di Champagne
e ricordarti così, che ti piaceva tanto il vino, e sarebbe giusto
ricordarti così, amore. Un sorso io, uno tu, ti ricordi, quel
pomeriggio d'inverno? Era dicembre, un sorso io uno tu, di vino e di
baci, e intanto carezze da farmi perder il senno, mi aprivi le cosce,
le ginocchia, le braccia - gìrati sulla pancia!, mi hai detto - un
sorso io uno tu, e io ricominciavo a godere rocamente, a godere
profondo, le tue mani sui miei fianchi, la bocca dove sai. E ti
stringevo la testa con le gambe perché ancora ti volevo baciare la
bocca, ma con la bocca!, e tu docile sei risalito su su e ti sei
lasciato aprire, carezzare con la lingua appuntita le labbra ed i
denti, lascia che entri un poco di più adesso, ti dicevo, lascia che
perdiamo il fiato dietro a questo bacio, lasciami salire su di te e
schiacciarti col peso del mio amore grande e riaccenderti la voglia di
prendermi, un sorso io uno tu uno io uno tu. Adesso che non ci sei più
mi sembra di impazzire a momenti, amore mio, Marcellino perduto per
sempre. Adesso mi sento tanto sola, anche quando vedo le amiche o tua
sorella Marinella mi invita a mangiare l'insalata di riso o quando
sono con i miei alunni. La vita non ha più quel sapore. Quel sapore
dello Champagne, un sorso io, uno tu. E la tua voglia l'ho riaccesa
sfregandoti contro la mia, spingendotela contro, baciandoti la bocca e
accarezzandoti con le mani anche lì dove si deve, lì dove il mio
desiderio sfrenato mi portava. E alle mani poi ho aggiunto la bocca, e
alla bocca la lingua e i denti, ma piano, per carità, ma tu avevi
fiducia e non temevi i dentoni e dicevi che il mio sorriso ti
incantava, e ti sorridevo, Marcellino, amore. E ti mordevo piano e con
garbo, stuzzicando la pelle, la carne, risvegliando piano l'ardire,
l'ardore. L'ardore, l'ardire, l'ardire di salirti sopra e di dirti che
ancora ti volevo dentro, che ti volevo dentro, dove?, mi chiedevi,
dove mi vuoi? Nel culo, ti voglio, nel culo, arrossendo un poco sono
riuscita a dirti. Un sorso io, uno tu, uno io, uno tu, amore. E tu mi
hai presa così, da sdraiata con te addosso, ancora una volta addosso:
e tenendomi ferme le gambe, le braccia, che un po' mi ribellavo, un
po' mi faceva male nonostante l'ardore, l'ardire. Ma durava poco la
ribellione e mi sentivo presto presa e domata, amore mio, mio uomo,
mio sposo, e tornava il piacere di averti dentro, di averti, sentirti
e sentirti godere così. Sentirti versare te stesso dentro di me così,
coi tuoi morsi nel collo, quel tuo possedermi ed amarmi di carne e di
denti, quel mio orgasmo roco e teso e soffocato nel cuscino e nella
tua bocca che cercavo girandomi. E ancora, un sorso io, uno tu. Amore,
amore, mi manchi tanto, sai. Adesso ti devo salutare, devo far andare
la lavatrice, sai, con i capi delicati. E poi devo stirare le
camicette e uscire a comprare le uova, perché ho voglia di farmi la
torta Margherita. E domani spiego la Grecia ai bambini di quinta, che
sono davvero discoli, sai. Mi fanno disperare, sai. Ma non come te,
che sei morto e mi manchi tanto, e mi fai disperare anche tu, ancora
di più. Ti abbraccio forte forte, sono tua. Intera, tutta: tua, tua,
tua. Elvira. »

Così gli scriveva, a Marcellino; e si mandava a casa le lettere e le
leggeva, convinta, sicura, che lui la sentisse, che lui sentisse il
suo amore, il suo dolore quotidiano e senza scampo, la sua voglia di
lui, la nostalgia di quei momenti, il bisogno che ancora aveva di lui.

Marcellino era morto di lunedì, e l'Elvira ogni domenica sentiva
salire un'ansia indicibile, una tristezza profonda e che le sembrava
insormontabile. La notte tra la domenica e il lunedì dormiva
pochissimo, svegliandosi più e più volte, col pensiero di lui che si
faceva sempre più opprimente. Fino al mattino di lunedì, in cui
provava di nuovo quell'angoscia sorda dell'impotenza, del non poter
fare più nulla per lui. E' un giorno come un altro, le diceva l'amico
Vittorio: e meno male che c'era lui, l'amico Vittorio, così tenero e
giusto e di parole sensate e sensibili. E' un giorno come un altro, il
lunedì, le diceva per farle ritrovare la ragione, tenero e giusto
com'era, l'amico Vittorio. Ed era vero, infatti, era proprio un giorno
come un altro, il lunedì: ogni giorno, ormai, era un giorno senza di
lui. E poi, il lunedì passava: e il dolore tornava in un certo senso
più sopportabile, sempre presente ma più facile da mettere a tacere,
sempre più facile da viverci insieme e avercelo dentro profondo.

E ogni tanto accendeva anche una candelina, perché Marcellino le
diceva sempre che lei era la sua luce, il suo calore. E lei accendeva
una candelina e stava lì a guardarla, a guardare la luce e sentire il
calore. Ma lei, dentro, non si sentiva più luce, né calore. Si sentiva
solo una donna sola, abbandonata, disperata, senza fiato, a momenti,
perché il dolore le strozzava la gola e le faceva salire su quei
lacrimoni pesanti, all'improvviso, al solo pensiero di lui.

Un giorno, Elvira era andata con la sua brava candelina al giardino
dove Marcellino la aspettava, all'uscita da scuola. Si era seduta
sotto un tiglio e aveva acceso la sua lucina, e si era anche fumata
una sigaretta, che ogni tanto se ne fumava una, l'Elvira, di nascosto
da Marcellino che non gli piaceva l'odore del fumo. Ed era rimasta lì
a pensare al suo Marcellino, a parlargli, a sentir salire i lacrimoni
negli occhi. Finché aveva sentito un dolore forte nell'incavo del
ginocchio, un male lancinante, improvviso. E si era accorta che aveva
posato la gamba su una vespa. Che adesso era lì e stava schiattando
per terra, ma aveva fatto in tempo a conficcarle il suo dardo nella
carne del ginocchio. « Oddio, muoio », si era detta l'Elvira. « Oddio,
è Marcellino che è venuto a prendermi; oddio, muoio, e se sono
allergica? E se ho lo shock anafilattico? Oddio, Marcellino è venuto a
prendermi... amore mio, sei venuto a prendermi? Amore mio, sei venuto
a prendermi! Ma io non sono pronta! Oddio, non mi sono nemmeno rifatta
il trucco, ho l'arrosto sul fuoco, ho un sacco di cose da fare, i
compiti da correggere, le peonie da innaffiare. Oddio! Sono troppo
giovane per morire, sono troppo giovane, ho ancora tanto da imparare,
tanto da godere ».

E lì, quel giorno, Elvira seppellì per davvero Marcellino, insieme al
dolore di averlo perduto, nel profondo del cuore.

La vita riprese, i mesi passavano.

L'Elvira conobbe un uomo, un collega, Paolo, detto Paolone. Paolone
perché era alto e forte, insegnava al Liceo ed era bravo e calmo e
sicuro di sé. Elvira si innamorò di Paolo. Lui la proteggeva, la
aiutava a sormontare le difficoltà, le dava sicurezza, pace, e le
ridava, soprattutto, la gioia di vivere. Le portava i dolcetti di
prugna, le portava i mazzi di fiori; la portava in canna sulla
bicicletta a fare il bagno al fiume e stendeva un asciugamani per lei,
perché non si ferisse la pelle con la ghiaia della riva. Andava a
prenderla a scuola quando pioveva e lei dimenticava sempre l'ombrello.
Le cingeva la spalla col braccio e la portava a bere la cioccolata con
la panna montata sopra, e le dava sempre un bacio sul naso, prima di
salutarla, sotto il portone di casa sua. E poi, una volta le aveva
detto, timidamente: « Mi piaci tanto, Elvira. Mi piacerebbe tanto fare
l'amore con te », ed era arrossito fino alla punta delle orecchie. E
l'avevano fatto, teneramente abbracciati, sdraiati nel letto di lui, e
quasi senza guardarsi. E lui, dopo, le aveva preparato la cena, e lei
si era fermata a dormire e avevavo condiviso il bagno al mattino,
anche se lui le aveva proposto di lasciarglielo tutto per lei e di
aspettare il suo turno. Ma lei, ardita!, aveva detto: no, andiamo a
lavarci insieme. Era un vero cavaliere, Paolone. E alto, e forte, e
con i capelli biondo scuro e la fronte volitiva, e le braccia forti e
le spalle rotonde e la schiena muscolosa. E la proteggeva e la
aiutava, e la faceva tornare felice.

Finché si sposarono. E andarono a vivere in un appartamento più
grande, con una cucina abitabile con il fornello a gas e la cappa
moderna; il salotto, con due divani grossi, che dava su un balcone che
guardava il fiume; due bagni, tre stanze. Una per loro, una adibita a
studio, e una per il pupo che verrà. L'Elvira voleva tanto avere un
bambino, anche perché le avevano detto che restare incinta faceva
venire le tette grosse, e lei le aveva piccine. Ma soprattutto, voleva
un bambino perché amava il suo Paolone e voleva costruire qualcosa di
solido con lui.
La vita dell'Elvira e di Paolo procedeva placida e regolata. Lui era
un tranquillone, un posato; andavano insieme a fare la spesa al
mercato di sabato; andavano al cinema il martedì pomeriggio, a
passeggiare al parco la domenica mattina e andavano anche alle
conferenze culturali: perché Paolo amava la cultura, e la portava
sempre con sé, anche se lei a volte non capiva mica tutto e si
assopiva seduta sulla sedia della « Sala della Cultura » del Liceo in
cui insegnava il marito. Però era felice, soprattutto quando era lui
che faceva la conferenza. Perché era uno bravo, e lei ne era fiera:
mentre parlava di questo o di quello, lei osservava gli spettatori che
lo ascoltavano ammirati, e si diceva che quello era suo marito, che ne
era davvero orgogliosa. Poi, tornavano a casa a braccetto, e a casa
lui la prendeva col rispetto dovuto a una moglie, lui sopra, lei
sotto, con la luce spenta, sotto le coperte. Tre volte alla settimana;
la domenica con il bis.

La vita di Elvira procedeva felice, tra le lezioni alle elementari, le
conferenze culturali, il cine, il mercato, le cene con i colleghi e
gli amici, le passeggiate al parco, l'amore pacato con il bis
domenicale.

Un giorno, mentre era a passeggio con la Marinella, che non avevano
mai smesso di vedersi, tanto cara, era!; un giorno successe all'Elvira
una cosa alquanto stravagante. Stavano camminando con calma, mangiando
un gelato - l'Elvira prendeva sempre il cono fragola e panna - e
chiacchierando di scarpe. Da quando si era sposata con Paolo, Elvira
aveva più soldi, perché lui guadagnava e lei anche, e così poteva
comprarsi più spesso delle cose per farsi piacere, anche se poi non è
che fosse una che buttava via la roba vecchia. Anzi, il vestito che
aveva addosso era ancora quello del funerale, quello che aveva
comprato suel giorno lontano. Stavano chiacchierando e camminando
piano, leccando i gelati, quando, di colpo, il vestito dell'Elvira si
aprì. Così, all'improvviso. La ciocca si era sciolta e lei era rimasta
lì, sulla piazza del paese, mezza nuda, col vestito che le scendeva
giù aperto dalle spalle tornite. Una vergogna! Ma anche un ridere, un
ridere! La Marinella che si faceva in quattro per coprire alla meno
peggio l'Elvira, che rideva a crepapelle. Che poi era anche un giorno
di vento, e quasi quasi il vestito le era volato via, così aperto
com'era. Quando, tra le risate e l'imbarazzo, Elvira riuscì a venire a
capo della situazione, salutò Marinella e si incamminò verso casa.
Mentre camminava, ancora un po' agitata per l'accaduto, si chiedeva
come mai fosse successa una cosa simile, che lei faceva sempre il
doppio nodo alla ciocca, per non trovarsi, per l'appunto appunto,
mezza nuda. Mah, forse stavolta non l'aveva fatto, il doppio nodo, si
diceva. O forse l'aveva fatto, e allora la prossima volta bisognava
farlo triplo, il nodo, per evitare incidenti imbarazzanti. Fortuna che
erano vicine a un portone e che avevano potuto nascondersi e risolvere
la cosa al riparo da sguardi indiscreti! Che ridere, però. Però meglio
non dire niente a Paolone, serio serio com'è, magari ci resterebbe
male. Che la sua Elvira aveva rischiato di essere vista mezza nuda da
tutti, sulla piazza del paese. Meglio non dirgli niente, no. Ma la
prossima volta, triplo nodo.
Tornata che fu a casa, trovò il marito che la aspettava affettuoso
come sempre e aveva preparato la cena: stufato di manzo con le carote,
e da bere, birra scura e corposa. Formaggio, macedonia, e poi a letto.
Che era uno di quei tre giorni lì. Ma uno di quelli senza il bis. E
tutto andò come doveva andare.

Qualche giorno dopo, era sabato, giorno di mercato. L'Elvira si era
fatta bella, per uscire col suo Paolone: aveva messo una gonna rossa
che le stringeva la vita e svolazzava a ogni passo mostrando un poco
le cosce tornite. Si era messa il rossetto e dipinta le ciglia di
nero, e camminava a braccetto del marito sui suoi sandali alti
allacciati alle caviglie, ancheggiando un pochino - ma solo un
pochino, che sennò si giravano tutti. Camminava stringendo il braccio
del marito, che sentiva la stretta del seno che sfregava il suo
braccio a ogni passo. Col cesto di vimini all'altro braccio, che la
coppia riempiva di cose: fragole rosse succose, formaggio molle di
capra, una bottiglia di vino sano del contadino, un mazzo di rapanelli
piccanti, l'insalata tenera, un vasetto di panna di latte crudo, il
pane croccante coi semi di sesamo, il primo melone dell'anno. Felici,
riempivano il cesto della spesa e parlavano della settimana passata e
della settimana a venire, e delle settimane che sarebbero venute dopo,
calme, placide, lente e garbatamente regolate dalla vita in comune.
Elvira sorrideva all'intorno, Paolo salutava le madri di alunni e gli
amici che incontravano. Si fermarono a comprare un mazzo di girasoli,
fiori che stavano così bene in cucina e illuminavano tutto con il loro
giallo. Dopo la spesa, andarono a bere un'acqua e menta, che era
ancora presto per bere del vino: Paolo non voleva mai che si bevesse
prima di mezzogiorno meno un quarto. Elvira ebbe voglia di andare a
guardare il fiume, e lo disse al marito; si incamminarono piano verso
il parapetto e si misero lì a osservare l'acqua che scorreva, portando
via cose. Era un giorno bellissimo di vento, con i nuvoloni bianchi e
pesanti che si muovevano lentamente, su in alto. La luce un po'
tempestosa annunciava un temporale per il pomeriggio. Mentre
guardavano il fiume, Elvira si sentì sfiorare il fianco sinistro.
Forse era la stoffa della gonna che si muoveva col vento. Poco dopo,
di nuovo: un toccare più deciso. Elvira si girò: nessuno. Decisamente,
doveva essere il vento. E ancora una volta sentì un appoggio di mano
sul suo fianco, una lieve stretta di dita sulle sue carni. E ancora
una volta, di fianco a lei non c'era nessuno. Si rimise a discutere
con Paolo, con i gomiti appoggiati al parapetto, il bacino un po'
sporto all'indietro, quel culo invitante, il seno un po' ciondoloni.
All'improvviso sentì una carezza sul seno sinistro, e questa volta si
girò a guardare Paolo, perché dall'altra parte non c'era nessuno.
Perché mai la toccava così, il suo Paolo? Facendo finta di niente,
continuando a parlare e a guardare il fiume. Ma poi, no, non era lui,
non poteva essere lui: il marito teneva le mani incrociate, appoggiate
sul parapetto. E allora? Sarà il vento, sì, sarà stato il vento, che
vento burlone, quel vento di maggio.
Tornarono a casa a mezzogiorno e mentre Paolone preparava il
pranzetto, Elvira andò in stanza per cambiarsi e vestirsi da casa. E
lì, strana cosa, trovò le calzette di Paolo, di solito così ordinato,
buttate per terra, una qui, una lì. Strana cosa, pensò l'Elvira. Paolo
era così ordinato. Elvira le piegò e le ripose sulla sedia. Dopo
mangiato, quando tornarono in stanza per un meritato riposino
abbracciati, le calzette erano di nuovo per terra, una qui, una lì.
Elvira si chiese se non stesse per caso diventando un po' matta. Paolo
le prese, le piegò, un poco accigliato, e le ripose a sua volta sulla
sedia.

Passò qualche giorno, venne il giovedì: e l'Elvira tornò a casa presto
da scuola. Era passata, prima di rincasare, a comprare il pane e si
era fermata a chiacchierare con una collega che era incinta col
pancione ed era in maternità, ormai. Il bambino sarebbe nato a giorni,
e con una certa invidia l'Elvira osservava quel pancione nel quale si
intuivano una gamba col piede, una spalla, un gomito. L'Elvira l'aveva
persino toccato, quel pancione, ed era sobbalzata quando il nascituro,
come per salutarla, aveva mosso il braccino. « Sei fortunata, si vede
che gli piaci! », aveva detto l'amica. « Sai, ormai sta strettino, non
si muove quasi più ». L'Elvira era stata onorata da questo, e si era
proposta come madrina; l'amica aveva accettato, anche perché sapeva il
desiderio di Elvira di avere un bambino tutto suo, e pensava che il
ruolo di madrina l'avrebbe almeno un po' riempita. Si erano salutate
con due baci sulle guance; poi Elvira con il pane nel sacco era salita
a piedi su per le scale che la portavano al suo appartamento, al
quarto piano. L'ascensore c'era, in verità; ma Elvira era un po'
ingrassata, negli ultimi tempi, con la vita calma e placida che
conduceva e un marito buongustaio. E così, ogni volta saliva a piedi i
quattro piani, otto rampe, che la portavano a casa. Davanti alla
porta, aveva cercato le chiavi per un po' frugando nella borsetta e
maledicendo il proprio disordine; poi le aveva finalmente trovate,
infilate nella toppa, aveva aperto la porta, aveva salutato Marcellino
che svolazzava in salotto e si era diretta verso la cucina per
preparare il pranzo. Dopo che ebbe posato il pane sul tavolo, un
dubbio l'assalì. E, con il fiato sospeso, si diresse in punta di piedi
verso il salotto.

Marcellino era lì, sospeso a mezz'aria, tutto nudo. E ce l'aveva
dritto.
Elvira strabuzzò gli occhi e svenne.

Si svegliò, poco dopo, con un sapore di baci in bocca. Marcellino era
chino su di lei e la stava salutando nel solito modo, frugandole la
bocca con la lingua. « Come stai, amore mio? Cos'è successo? », le
chiedeva: come se fosse la cosa più strana del mondo che lei fosse
svenuta di fronte al fantasma del marito morto più di tre anni prima.
E, soprattutto, senza smettere di baciarla con ardore, né di toccarle
audacemente il culo, che gli era sempre piaciuto molto. Elvira si
riscosse. « Ma che diavolo ci fai, tu, qui? », chiese. E si rialzò,
liberandosi da quel bacio e da quelle braccia.
« Mi hai chiamato tu, Elvira. E io sono tornato da te », disse lui.
« Ma cosa stai dicendo, Marcellino, tu sei morto! Cosa ci fai qui,
dovresti essere in pace sotto terra...». Stava per aggiungere: e anche
un po' marcio, ormai; ma si trattenne. E Marcellino aveva davvero
l'aria di essere in gran forma, escludendo quel colorito... che poi
non era proprio il colorito, era che lui sembrava semplicemente un
po' trasparente: non tanto da vederci attraverso, anzi, aveva anche
una certa carnalità. Ma la sua consistenza era piuttosto ambigua,
difficile da definirsi a parole.
« Non hai smesso un momento di pensare a me, Elvira. Mi hai cercato
dappertutto, in questi mesi, in questi anni. Mi hai chiamato, non hai
smesso un momento. Mi hai scritto lettere, mi hai parlato. E io sono
tornato da te: sei sempre mia moglie, in fin dei conti ». Semplice,
detto così. Vero, pulito, chiaro. Marcellino sputato, quello era.
« Marcellino, ma io mi sono risposata...».
« Vuol dire che ti spartirò con il collega, il Paolone », disse lui
sorridendo. E la prese tra le braccia. E la strinse a sé, e cercò di
riprendere i baci e le parole d'amore. Ma lei lo interruppe.
« Non è proprio un mio collega, sai, lui è professore di Liceo »,
disse l'Elvira gonfiandosi d'orgoglio per quel marito affidabile e
gentile.
Marcellino scoppiò a ridere, con quella fragorosa e grassa risata che
era la sua e che rotolava addosso all'Elvira che la accoglieva come un
regalo: « E chi parla di collega tuo, dicevo che è collega mio:
colleghi, i tuoi mariti...». L'Elvira si offese e si divincolò
dall'abbraccio.
« Lasciami, non sono mica una di quelle che hanno due mariti, io, non
sono mica una poco di buono, io, lasciami e vattene! ». E corse in
cucina quasi piangendo per il disappunto, offesa.

Nel mentre, sentì Paolo che armeggiava con le chiavi nella toppa, per
entrare. Rimase impietrita. Cosa avrebbe detto il buon Paolo, di
fronte al fantasma nudo e col cazzo dritto del primo marito di Elvira?
Santo cielo, che pasticcio. Cosa fare, cosa fare?
Paolo entrò in casa, andò in salotto dicendo « Sono qui! », poi, non
trovandola, si diresse in cucina. La trovò lì, pallida, in piedi. «
Che cos'hai, Elvira, tesoro? », disse. « Niente», rispose lei,
ritrovando un po' il fiato e pensando di aver sognato. « Sono solo un
po' stanca». E si sedette un momento. « Vieni in salotto, starai più
comoda », le disse Paolo, sempre premuroso, prendendola per mano. E,
sorreggendola quasi, la accompagnò a sedersi sul divano.
Marcellino era lì, seduto in poltrona, e sorrideva. E le fece la
linguaccia, e le strizzò l'occhio ondeggiando il bacino e mostrandole
la sua erezione non placa. Elvira impallidì. Ma Paolo, come se niente
fosse, la fece sedere sul divano e si sedette accanto a lei, proprio
davanti alla poltrona su cui stava Marcellino. Sembrava non vederlo,
né sentirlo. Perché Marcellino, non pago della linguaccia né del gesto
osceno, aveva ripreso a parlare.
« Ah, allora è quello, il tuo Paolone. Beh, è ben piantato, in
effetti. Un po' basso di culo, però. Però mi piace, ed è gentile con
te, e tu te lo meriti. Tu meriti tanto, amore mio. Per questo sono
tornato, perché è stato davvero uno sgarbo, morire così, lasciarti
così. Avrei voluto darti ancora tanto, sai, e non ho potuto, non ho
saputo farlo. Ma adesso sono qui, e... ». Elvira sbottò, esasperata: «
Basta! ». Paolo, preoccupatissimo, pensando che delirasse, la portò in
camera da letto, le diede un calmante, le carezzò la fronte, le
guance, e tornò in cucina a prepararle qualcosa di caldo. Un buon
brodo di gallina, ecco quel che ci vorrebbe per la mia Elvirina,
pensò.
Quando tornò in camera col brodo profumato di sedano, lei dormiva di
un sonno agitato e sudato.

L'indomani Elvira non andò al lavoro. Paolo telefonò per lei a scuola,
dicendo che la moglie non si sentiva bene, forse aveva l'influenza. A
scuola non fecero storie: Elvira era una maestra seria seria, mai
assente, se non per cause motivate e reali. Le raccomandò di rimanere
a letto a riposarsi, di mangiare il brodo che era buono e c'era anche
una bella coscetta della gallina, dentro, bella tenera e grassa; e le
verdure cotte insieme: sedano, carota, cipolla, una patata. Ci aveva
messo l'alloro e il chiodo di garofano, anche. Mangia tutto, bevi
molta acqua, cerca di dormire un po', le disse salutandola con un
bacio a labbra chiuse sulla bocca, adatto a una moglie malata, e una
carezza ai capelli sparsi sul cuscino. Lei dormì tutta la mattina.
Poi, verso le undici si alzò, e andò in cucina per bere un po'
d'acqua.
Marcellino la aspettava sorridendo in cucina: tutto nudo, e col cazzo
sempre dritto. « Buongiorno, amore mio », le disse. « Dormito bene? »,
come ogni mattina quand'era vivo. « Io e te dobbiamo parlare »,
rispose seria seria lei.

Gli raccontò del dolore di averlo perduto, gli disse le cose che
avrebbe voluto dirgli prima che morisse e che non aveva fatto in tempo
a dirgli: quante, quante cose, non aveva fatto in tempo a dirgli,
prima! Gli disse quanto lo aveva amato, quanto era stata disperata di
perderlo così, d'improvviso. Gli disse che neanche si era resa conto,
prima, di quanto lui le fosse indispensabile, gli disse di quanto
fosse stato terribile trovarsi, un mattino, quel lunedì mattina, senza
di lui. Gli disse che la vita dopo di lui non aveva più avuto sapore,
per mesi, per mesi; gli disse che l'aveva pensato ogni giorno, per
mesi, per mesi; gli disse che aveva voluto non vivere più, che ci
aveva pensato anche lei, di raggiungerlo. Gli disse che per mesi non
aveva più avuto luce, non aveva più avuto calore, né gioia di vivere.
Gli disse che perderlo un mattino così era stata la cosa più terribile
che le fosse successa in tutta la sua vita. Gli disse che anche dopo
che lui era morto, per mesi, per mesi, non aveva smesso di desiderarlo
e di pensare a lui, a lui solo, come al suo uomo. Gli disse che si era
sentita tanto sola e tradita, perché lui era morto, si era sentita
abbandonata; gli disse che si era persino un po' arrabbiata con lui,
che razza di idea, quella di morire; gli disse che poi si era sentita
in colpa di questi pensieri, e aveva cercato una via per sopravvivere
a lui, ma non era stato facile, il dolore spesso spuntava di nuovo
feroce, improvviso, quando lei pensava che tutto andasse meglio. Ma
adesso che lo aveva rivisto, era contenta: gli aveva detto tutto quel
che doveva e lui poteva anche andarsene via, in pace. Lei era felice
col suo Paolone, gli disse: non le mancava niente, era molto caro, un
marito premuroso e affettuoso, e...

« Però a chiavare non è capace », la interrupe lui.
« Marcellino! », si offese lei. « Ma come ti permetti! ».
« Mi permetto perché è vero. Perché sei sempre mia moglie, in fin dei
conti. E a chiavare, non è capace, lui. E tu non ne sei soddisfatta ».
« Non è vero, non è vero! ».
« Sì che è vero. Ti prende a giorni alterni, lui sopra e tu sotto, al
buio, la domenica con il bis. Ma che razza di vita è? Ti ricordi cosa
facevamo, noi? Di mattina, di pomeriggio, di sera, di notte, in piedi,
seduti, sdraiati, tu sopra, tu sotto, tu di fianco, sul lavandino,
nella vasca, sotto il portone di casa dei tuoi, per davanti e per
didietro, per dentro e per fuori, ci siamo rotolati nel letto, nel
prato, nel fiume...».
« Marcellino! »
« Senti Elvira, anche per tutto il resto, lasciamo pure stare il
sesso. E' bravissimo, questo tuo Paolone, è un tesoro, ne convengo. Ti
ama davvero e ti protegge, e ti aiuta, e ti è amico. Ma ti mancano il
sale e il pepe, con lui, ti manca qualcosa, io lo so ».
« Non è vero, non è vero! ».
« Sì che è vero, se no non mi avresti cercato, se no non mi avresti
chiamato così tanto, così forte. Elvira, ma ti rendi conto del viaggio
che ho fatto, per ritrovarti? Ci è voluto un po', sai. Non è stato
mica facile, sai. Non è che uno, così, facile facile, dice: toh,
adesso ritorno di là. No. Ho dovuto aspettare, ho dovuto maturare,
trovare la forza, trovare la via. E tutto questo con l'ansia che tu
stessi male, amore mio. Con l'urgenza di ritrovarti prima possibile,
di non farti aspettare troppo ».

Elvira era allibita. Da quel giorno, dal giorno della puntura di
vespa, pensava di aver chiuso con Marcellino, di averlo seppellito,
anche lei, per davvero. E invece no, se ne rendeva conto adesso. Non
l'aveva mai seppellito, Marcellino: l'aveva sempre cercato, pensato,
chiamato, trovato in un colore di capelli o di occhi, o nel camminare
di qualcuno, o nel sorriso di un altro, o negli scherzi di un bambino.
E adesso ce l'aveva lì, davanti, intero, tutto nudo e col cazzo
dritto. Che non ne voleva sapere di mollare l'osso, che non ne voleva
sapere di lasciarla vivere in pace. Che riprendeva i baci di denti e
di lingua e le carezze e le tentazioni e le parole d'amore.

« Sei tanto bella, amore mio. La tua pelle non è pelle, è carne. E hai
un buon sapore ».
« Di cosa so? », chiese l'Elvira sorridendo curiosa e civetta,
inebriata dal bacio del suo amore ritrovato e da quella lingua, ah,
quella lingua! Che le carezzava le labbra, che la esplorava, le cavava
sospiri come nient'altro.
« Sai di latte e di miele, amore mio », rispose Marcellino. « Sei
diventata ancora più bella, Elvira, sei bella come un frutto maturo ».
« Cosa vuoi dire? ».
« Voglio dire, amore mio, che sei ingrassata un pochino, hai messo su
due bei fianchi che incoronano quel tuo culo tronfio: sei sontuosa
come l'estate piena, come il mese di agosto, e i tuoi capelli hanno
l'odore del grano maturo ».
« Oh, Marcellino, finiscila ».
« Sei bella ancora di più adesso, ti son venute le guance rosse:
sembri una melona succosa », disse Marcellino cingendo le braccia
intorno ai fianchi di Elvira e facendole sentire la durezza
dell'eccitazione da mesi, da anni, non più soddisfatta.
« Lasciami Marcellino, lasciami ». L'Elvira si riscosse e si scrollò
di dosso le braccia di lui e corse via, a chiudersi in camera. E
chiuse le persiane e rimase sdraiata sul letto nel buio del pomeriggio
a pensare.

Pensava che quella volta delle calzette di Paolo buttate per terra in
disordine, doveva essere stato Marcellino a buttarle così, una qui,
una lì. Pensava che era stato di sicuro lui a slacciarle il vestito,
quel giorno, in piazza. Perché lei l'aveva annodato come sempre per
bene, e non c'era nessuna ragione che si slacciasse da solo. Pensava
che era stato sicuramente Marcellino a toccarle il fianco e il seno,
quel giorno, sul fiume, con quella sua mania di scherzare e con quella
mania di toccarla e toccarla, meglio se in pubblico, di farla
arrossire, di farla eccitare, di morderle il collo, di infilarle le
mani nella scollatura, sotto il cappotto: come aveva fatto a non
capirlo, solo Marcellino era capace di fare cose del genere. Elvira
pensava di averlo perduto per sempre, pensava che non avrebbe mai più
sentito il suo ridere grasso, i suoi sussurri d'amore che le facevano
piegare le ginocchia, il tocco delle sue mani forti e generose.
Marcellino era tornato, era tornato, finalmente! Ma che finalmente e
finalmente, lei era una donna per bene, una donna sposata col suo
Paolone: non poteva certo vivere sotto lo stesso tetto col marito e
col fantasma del primo marito tutto nudo e impertinente, con quel suo
coso drittto e quella mania di toccarla e baciarla senza freni.
Insomma, lo doveva affrontare, lo doveva far andare via, a tutti i
costi. Farlo andare via? Ma come? Dopo tutto quell'aspettare... ma no,
lei lo voleva ancora, aveva ancora voglia di lui, della sua lingua,
del suo corpo, della sua presenza, del suo ridere, delle sue
ingenuità, dei suoi progetti balzani, del suo desiderio improvviso di
lei, delle sue tristezze, delle sue tenerezze. Le tenerezze, la voglia
di lui? Ma Elvira era una donna fedele! No, no, mai più, mai più
pensieri così. Doveva convincerlo ad andarsene via, via per sempre,
per sempre: doveva convincere prima se stessa e poi lui.

Di sera, Paolo tornò e si occupò un poco di lei, che se ne stava
rintanata in camera. Marcellino, per una ragione sconosciuta, in
stanza da letto non ci poteva entrare. Era venuto più volte a bussare,
aveva messo dentro la testa, ma non poteva entrarci e si vedeva che la
cosa gli dava fastidio. Aveva cercato più volte di attirare Elvira
fuori di lì, ma lei non ci era cascata. Gli aveva detto, senza alzarsi
dal letto, di lasciarla in pace, che non si sentiva bene, che voleva
star sola. E lui, ogni volta, mogio mogio, aveva obbedito ed era
tornato di là.
Paolo le portò a letto la cena, e stette un pochino con lei. Le tenne
la mano, le fece un massaggio alla schiena, l'abbracciò forte forte e
le fece sentire la sua presenza calma e placida. A lei venne voglia di
fare l'amore, con quel marito caro e tenero: era anche uno di quei
giorni lì, ma lui non aveva osato chiedere, visto lo stato di salute
di Elvira. Glielo disse lei, gli ricordò a parole e con carezze e
sorrisi e sdraiandosi languidamente, che era uno dei giorni del rito
matrimoniale. Lui era reticente, temendo che lei si sentisse obbligata
nonostante stesse poco bene: ma Elvira non si sentiva obbligata per
niente, le era solo venuta voglia di fare l'amore, e si stava
scaldando dolcemente, come sempre, al contatto di lui. Si spogliò
piano della camicia da notte e si mostrò tutta nuda. Nuda e calda, che
un po' di febbre l'aveva, ma più che la febbre era il desiderio a
scaldarla. Paolo si svestì, aiutato da lei, ripondendo in bell'ordine
i vestiti piegati sulla sedia, e ricambiando con piacere pacato i baci
della moglie tanto cara. La accarezzò da sdraiata, seduto sul letto:
il viso, il collo, il seno, la pancia, le gambe. Si chinò a baciarla,
mentre lei lo carezzava a sua volta, sulle spalle, sul collo, sulla
schiena, e poi lì, proprio lì, sentendolo indurirsi, gonfiarsi del
desiderio di lei, prepararsi, scaldarsi. Finché si stese per bene sul
letto ed aprì le cosce attirandolo a sé. E lui le salì sopra
affondando la bocca nei capelli di lei, e le entrò dentro
delicatamente, iniziando a muoversi piano. Elvira aveva chiuso gli
occhi, perché le piaceva sempre concentrarsi su quell'entrare in lei,
sentirsi aprire piano, sentire la carne che si adattava alla carne e
l'inizio di quel movimento che le dava un piacere dolce e pieno.

Quando riaprì gli occhi, vide Marcellino: aveva aperto un poco la
porta e stava guardando. Le fece la linguaccia, e iniziò a parlare: «
Ma che razza di scena, e quello sarebbe chiavare? Ma chi sta prendendo
in giro, ma te pensa, ma guarda cosa state facendo! Ti ha persino
coperta col lenzuolo, ma dove s'è mai visto che uno se la spassi
coperto dal lenzuolo? E che posizione sarebbe? Sì, l'amato
missionario, euh, sai che roba! Va bene una volta, va bene due. Ma
insomma, Elvira, ribellati, girati, fagli vedere quel bel culo tronfio
che hai, fatti prendere come si deve, ma che razza di modo è? Hai due
fianchi da cavalcare con furia, da addormentarcisi stremato e felice.
Su, Elvira, apri almeno un po' di più quelle cosciotte, alza le gambe,
fatti prendere profondamente, che così è roba da matti. Che noia, che
razza di imbecille quel tuo Paolo! E il culo, glielo dai, ogni tanto?
Uh, non sa cosa si perde, quel tuo culo, è un piacere starci dentro.
Dai, Elvira, diglielo, digli che lo vuoi montare tu, mettiti sopra,
fagli vedere cosa sai fare, fagli vedere come sai prenderti il piacere
dovuto, coraggio, digli che glielo vuoi prendere in bocca, fallo, dai,
guardandolo negli occhi, come a dire sei mio, ti tengo, sei mio!
Coraggio, Elvira, digli... ».
« Basta! », gridò Elvira esasperata. Paolo si fermò. Lei piangeva. La
abbracciò teneramente e le chiese scusa. Scusa di cosa, poi: era tutta
colpa di Marcellino, ma lei non poteva neanche dirglielo, povero
Paolo. Lui pensò che la moglie non stesse ancora bene, pensò che si
era sforzata di fare l'amore perché era uno di quei giorni, pensò che
cara la mia Elvirina, che donna generosa, che brava moglie. Pensò
anche che la porta si fosse aperta perché l'aveva chiusa male: la
richiuse e si stese accanto ad Elvira cercando di calmare il suo
pianto tenendola tra le braccia e stringendola forte, ed
accarezzandola dolcemente, cullandola quasi, facendole sentire l'amore
e il rispetto che provava per lei. Lei singhiozzava sommessamente per
il piacere interrotto, per la pena che provava nei confronti di Paolo,
povero Paolo!, ma soprattutto per la rabbia nei confronti di
Marcellino, che sapeva leggere perfettamente in lei, ma come faceva?,
e aveva detto cose giuste e dolorose. Il sale e il pepe, le mancavano,
con Paolo. Dieta scipita, vita regolata, amore calmo.

Nei giorni che seguirono, Elvira rimase ancora a casa da scuola. E
Marcellino, in ogni momento, la tentava. Sempre nudo, sempre in resta.
Ma come faceva? Era il desiderio di lei, le rispondeva; era tanto che
aspettava, adesso la voleva, la voleva tutta, nuda, tra le sue
braccia, la voleva far godere e voleva goderla, la voleva buttare
alta, per davanti e per didietro, voleva vederla sorridere: quel
sorriso che mi incanta, diceva, lo voglio vedere, tira fuori quei
dentoni, Elvira, fammi vedere la fossetta sulla guancia destra, fammi
vedere che mi ami ancora e che sei felice di me, che sei felice che
sono tornato, sono tornato, Elvira, il tuo desiderarmi mi ha fatto
tornare. Tutto il giorno la inseguiva per casa: in cucina, in bagno,
in salotto. Tutto il giorno le diceva parole d'amore; le diceva mio
dono, mia luce, miei occhi di giada, mia donna ragazza, sei la mia
carne morbida e gustosa, mio collo di grazia, mia figa mai sazia, mia
ragazzaccia sfrontata, porta qui quei cosciotti di desiderio! Sei
solida come una torre, ah, quel collo forte e flessuoso, ah, quella
carne da mordere e da godere. E lei cedeva e cedeva, per il ricordo
della felicità passata, per l'amore mai spento: si lasciava toccare,
accarezzare, stringere, stropicciare, baciare, mordere, infilare le
mani sotto i vestiti. E poi si rifugiava in camera a piangere, perché
si sentiva in colpa nei confronti del suo Paolone, che era tanto
preoccupato per lei, che la vedeva nervosa, agitata, che non osava
neanche più cercarla, in quei giorni: neanche quello col bis. Finché
un giorno Elvira si arrabbiò davvero, gridò forte fortissimo: vattene,
vattene, Marcellino, vattene via, non posso, non posso! E lui aprì la
porta e se ne andò. Tutto nudo, e col cazzo dritto.

Quando lo vide uscire, Elvira pensò: finalmente, ritorna la pace. E si
mise a far delle cose, a lavare i panni, a stendere, a pulire per
terra, a lavare i vetri, stirare, preparare la torta di cioccolato. Ma
poi, piano piano, si rese conto di quanto le fosse impossibile, vivere
senza di lui. E si disperò, e pianse, e gridò il suo dolore
rotolandosi per terra, e picchiando la testa due volte contro il muro
di piastrelle del bagno. Le rimase un segno sulla fronte, e come
spiegarlo a Paolo, non le interessava niente. Per giorni visse così,
disperata, rabbiosa, di aver reagito come una scema, di non aver
saputo capire, di non aver saputo essere onesta con se stessa,
soprattutto. Provò a inghiottire il dolore di averlo perduto di nuovo,
provò a riprendere una vita decente con Paolo, a uscire; riprese il
lavoro, le attività diverse, non stava mai senza fare niente, provava
a non pensare. Ma non riusciva, non riusciva a non pensare, a dirsi
che era stata proprio cretina e imprudente, chissà dov'era finito
Marcellino, se ne era andato per sempre e lei restava lì con la voglia
di lui, con la sua assenza definitiva, di nuovo.

Un pomeriggio, stava preparando la cena per la sera: quella sera
avrebbero avuto ospiti, lei e Paolo. Amici comuni, colleghi di lui.
Stava preparando il sauté de veau, uno dei piatti preferiti di
Marcellino: col timo e le erbe profumate, e pezzi di carne grassa di
vitello cotti a fuoco lento nel vino bianco. Il vino, si era
dimenticata il vino, accidenti, e non c'era più tempo per andare a
comprarlo. Meno male che in cantina avevavo sempre un po' di vino di
riserva, bianco o rosso, corposo o leggero, da cucina o da bere.
Paolo, si sa, era previdente. Prese le chiavi, la torcia, e scese per
le scale giù giù fino alla cantina. Aprì la porta. Nel buio, poco
illuminato dalla lucetta della torcia, stava Marcellino: mogio mogio,
seduto su una vecchia poltrona. Tutto nudo, e col cazzo dritto. « Sei
qui, Marcellino », disse lei, in un soffio, con un nodo di gioia in
gola. Certo, come non averci pensato! E dove mai poteva essere,
Marcellino, che gli era sempre piaciuto tanto il vino: in cantina,
solo e sconsolato, aveva vuotato qualche bottiglia. Lui alzò appena
gli occhi, ma lei vide che gli brillavano di felicità e di voglia. E
le si accese, dentro, il desiderio feroce di lui: e si spogliò in
fretta buttando in giro i vestiti e si strinse tutta nuda a lui che la
abbracciava, che la baciava frugandole la bocca con la lingua, e lei
rispondeva col fuoco, dentro, rispondeva ai baci, alle carezze, si
sfregava con tutto il corpo al corpo di lui, sentendone la durezza
della voglia, sentendo aumentare la propria. E si sedette su di lui e
lo sentì entrare, come una volta, e sentì la sua carne aprirsi e sentì
che lui si faceva strada mordendole il collo e si sentì dire ti amo,
ti amo. E gli chiese di stare fermo un momento, ad assaporare quel
ritorno di Marcellino, a sentirsi di nuovo piena di lui, piena e
felice di lui, che era tornato, era tornato là dove poteva dire: sono
a casa. Prima di iniziare il movimento che li univa da sempre, da
sempre, per sempre, amore mio, per sempre con me, non lasciarmi mai
più, mai più, amore mio.

L'indomani era un mattino limpido di sabato: Elvira uscì a braccetto
con Paolone. Passando davanti al caffè della piazza, salutarono due
conoscenti che bevevano qualcosa seduti al tavolino, e continuarono il
cammino per il mercato.
« Mai avrei pensato che quel Paolone fosse capace di tanto », disse
uno, guardando la coppia che si allontanava.
« Cosa dici? », chiese l'altro, guardando nella stessa direzione.
« Guarda che bella moglie che ha, guarda come si muove: si vede che è
soddisfatta, in cucina e a letto. Sembra una sposa novella, sembra una
che abbia un nuovo amore... », rispose il primo.
« Ah, per questo, garantisco che l'Elvira è una donna per bene »,
disse l'amico.
« Lo so, lo so, lo sanno tutti. Ma secondo me quel Paolone è un'acqua
cheta, uno che se lo vedi ti sembra un po' lento, tranquillo, placido.
Ma sotto sotto dev'essere un fuoco. Per avere un pezzo di moglie
così... ».
« Sono d'accordo, e guarda come si muove, guarda come sculetta! Che
fortunato, quel Paolo... », concluse il secondo.
Dando il braccio al marito fortunato, sorrideva felice Elvira. Ma che
razza di mania, quella di Marcellino, di camminare per strada
toccandole i seni, il culo, mettendole le mani dappertutto,
svolazzando intorno a lei come se fosse la brezza della mattina e
costringendola a quella camminata ondeggiante! Quando sarebbero
rincasati, gliel'avrebbe fatta vedere, a Paolone, gliel'avrebbe fatta
vedere lei, mai più giorni fissi, mai più il bis una sola volta la
settimana. Gli si sarebbe offerta carponi, gli avrebbe sorriso
invitandolo, torcendo il collo e mostrandogli quel bel culo tronfio,
perché la prendesse come si deve, strappandosi via il lenzuolo di
dosso; e perché poi soltanto a letto? In cucina, in sala, nella
cameretta del bambino che verrà, appoggiati al fasciatoio, sul tavolo
dello studio, sul divano, sul tappeto, piegata sulla vasca da bagno; e
poi nel fiume, e in un cespuglio, uno scandalo, una delizia: e gli
avrebbe cavato sospiri, e gli avrebbe sussurrato sconcezze e gli
avrebbe fatto vedere di cos'era capace, quante cose da fare, quanto da
condividere, quanto piacere, quanta gioia.

In quel mattino limpido di sabato sorrideva felice l'Elvira, felice
della sua vita, felice dei suoi due amori.



--
Becky
(a chi, indimenticato, riposa)
Rispondi citando
  #2 (permalink)  
Vecchio 11-10-2007, 12:03 PM
Max Del Porco
Guest
 
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Predefinito Re: Repost per Max del Porco: (anti-micro) Il giorno in cui


<beckett75...........> ha scritto nel messaggio
news:1194266715.181970.48880.y42g2000hsy.googlegro ups.com...
>
> Il giorno in cui Marcellino morì era un mattino limpido di festa.


L'ho letto tutto, attentamente, e sono diviso in due.

Da una parte infatti non posso che lodare l'idea, la storia, la bravura nel
disegnare i personaggi che, vivaddio, alla fine sembra di averli conosciuti
veramente.

Dall'altra però ne ho tratto anche l'impressione che manchi qualcosa. E' una
sensazione non ben definita, ma qualcosa manca per poter essere un racconto
veramente riuscito. Non sono sicuro di cosa si tratti, ma credo che il
racconto manchi di impennate. Mi spiego meglio: il tono è troppo monotono. A
mio avviso ci sono dei momenti che avrebbero dovuto e potuto essere
sottolineati con maggiore enfasi, con una scrittura di maggiore brio,
insomma con uno stacco che avrebbe creato maggiore stupore in chi legge. I
colpi di scena sono colpi di scena e qui non mancano, peccato che rimangano
affogati in mezzo al solito tra tran, ma che tran tran!: un morto, le
lettere, il fantasma, un nuovo marito brav'uomo ma modesto scopatore... Fai
un esame di coscienza critica: non pensi anche tu che avresti potuto
valorizzare meglio questi eventi?

Naturalmente questa mia critica va vista in prospettiva: stiamo parlando di
un "vero" racconto e proprio per questo meritevole di alcune righe di
commento. Un lavoro in ogni caso di gran lunga superiore alla media dei
pensierini che solitamente vengono postati oppure delle radiocronache stile
caballero o le ore o coppia moderna (ammesso che queste autorevoli
pubblicazioni militari esistano ancora).

Infine, la dedica. Che mi ha colpito, perché...

In sintesi: brav(in)a. Decidi tu se togliere quello che sta tra parentesi,
oppure togliere solo queste ultime.

Naturalmente, per la gioia di tutti, IMHO.


--
mdp
http://maxdelporco.blog.aruba.it
Rispondi citando
  #3 (permalink)  
Vecchio 11-12-2007, 06:00 AM
Beckett
Guest
 
Messaggi: n/a
Predefinito Re: Repost per Max del Porco: (anti-micro) Il giorno in cui

Il 10 Nov 2007, 13:03, "Max Del Porco" <maxdelporco...........> ha scritto:
>
> <beckett75...........> ha scritto nel messaggio
> news:1194266715.181970.48880.y42g2000hsy.googlegro ups.com...
> >
> > Il giorno in cui Marcellino morì era un mattino limpido di festa.

>
> L'ho letto tutto, attentamente,


.....coraggioso!


>

e sono diviso in due.
>
> Da una parte infatti non posso che lodare l'idea, la storia, la bravura

nel
> disegnare i personaggi che, vivaddio, alla fine sembra di averli

conosciuti
> veramente.
>
> Dall'altra però ne ho tratto anche l'impressione che manchi qualcosa. E'

una
> sensazione non ben definita, ma qualcosa manca per poter essere un

racconto
> veramente riuscito. Non sono sicuro di cosa si tratti, ma credo che il
> racconto manchi di impennate. Mi spiego meglio: il tono è troppo monotono.


In realtà, lo volevo così.
Nel senso che, oltre al ritorno del morto, ho cercato di scippare ad Amado
il suo modo di raccontare le cose. Amado aveva un ritmo particolare del
narrare: senza impennate, appunto; senza alcuna enfasi. Questo gli
permetteva di raccontare le cose più turpi o le cose più sublimi, i
personaggi più cattivi e crudeli come i più buoni del mondo, i santi e le
troie, i capitani e i giocatori, tutto quanto, senza stupirsi o stupire:
come se fosse la cosa più naturale del mondo, come se tutto, tutto, fosse
normale. Solo che lui era Amado, e io son la Becky: così, capisco che
l'operazione possa essere poco riuscita. Ma questo era un po' l'intento del
narrare.

>

Fai
> un esame di coscienza critica: non pensi anche tu che avresti potuto
> valorizzare meglio questi eventi?


Sì, certo, faccio l'esame di coscienza critica e in effetti mi rendo conto
che avrei potuto agire diversamente: ma ho voluto provare quel che ti ho
detto sopra. Il problema grosso, sicuramente, è anche la lunghezza del
racconto. Fosse stato più breve, chissà. Fai l'esame di coscienza critica:
fosse stato più breve, non pensi che l'avresti trovato meno monotono, anche
con quel ritmo e quel tipo di narrare? Forse qui un micro sarebbe stato il
benvenuto! Solo che sono una chiacchierona, e questo è il tipo di storia che
uno ha voglia di raccontare...

[taglio]

> Infine, la dedica. Che mi ha colpito, perché...


Perché?...

>
> In sintesi: brav(in)a. Decidi tu se togliere quello che sta tra parentesi,
> oppure togliere solo queste ultime.


LOL, questionario a risposta multipla!
Vedi tu: sei tu che commenti, mica io...


>
> Naturalmente, per la gioia di tutti, IMHO.


A testone!!
Grazie davvero, però, del commento e della pazienza!
Becky



--------------------------------
Inviato via http://arianna.........../usenet/
Rispondi citando
  #4 (permalink)  
Vecchio 11-12-2007, 07:24 PM
Max Del Porco
Guest
 
Messaggi: n/a
Predefinito Re: Repost per Max del Porco: (anti-micro) Il giorno in cui


"Beckett" <beckett75.free.fr> ha scritto nel messaggio
news:89Z2Z156Z2Y1194847236X10293.usenet............ ..

> Fai l'esame di coscienza critica:
> fosse stato più breve, non pensi che l'avresti trovato meno monotono,
> anche
> con quel ritmo e quel tipo di narrare?


Be', non ci crederai, ma sono capace di leggere anche cose molto più lunghe
(senza annoiarmi).

Anche di scriverle, ad essere sinceri ;-)


--
mdp
http://maxdelporco.blog.aruba.it
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